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“Schiodati dal divano, smettila coi videogiochi e sporcati di erba”. Lo dicono i monaci di clausura ai giovani

BAMBINI, ZAINO, BOSCO
Shutterstock
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L’isolamento non è la solitudine: una preghiera e alcune riflessioni del monaco Thomas Merton per giovani ubriachi di realtà virtuale, ma ancora assetati di avventure e di gioia

Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.
Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare mai nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell’ombra della morte.
Non avrò paura,
perché tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli.
(Thomas Merton)

Questa preghiera è l’ultima tappa di un cammino mentale che mi accompagna da un po’, da quando sono madre a dire il vero e in modo più stringente da quando il mio figlio maggiore ha cominciato a manifestare il bisogno di avere una sua autonomia, che talvolta si riduce a voler solo stare incollato al cellulare.

Lo scorso febbraio ho partecipato a un incontro in parrocchia di cui era ospite Don Massimo Camisasca; si parlava di giovani e un suo aneddoto di vita vissuta mi ha colpito. Don Massimo riferiva di un ragazzo che alla domanda : «Quante ore al giorno trascorri coi videogiochi?», gli ha risposto: «Anche 8, i miei genitori sono al lavoro fino a sera e io resto a casa da solo». La replica del prete è stata un’altra domanda: «E a te non viene voglia di uscire e rotolarti nell’erba?».

Bill Dubreuil CC

Ho messo da parte il pensiero ansiogeno di madre che pensa ai vestiti-sporchi-di erba. Ho pensato che forse c’è da benedire i vestiti sporchi, se averli puliti significa essere rimasti incollati alla PlayStation
I nostri figli si sporcano di realtà? Si rotolano nell’erba? Cioè, fuor di metafora: vivono l’esperienza di essere fuori? Fuori, in che senso?
Fuori di sé e dentro il grande progetto di Dio, che ha creato per loro un mondo intero.
Fuori dalle nostre gabbie e dentro l’avventura di una chiamata a essere felici, che si scopre solo tuffandosi dentro la realtà.

Una nazione geograficamente lontana da noi come il Giappone ha visto dilagare una patologia preoccupante tra i ragazzi, che accade nel momento in cui finiscono la scuola e s’inoltrano nel mondo del lavoro. Gli hikikomori sono giovani che scelgono di non scegliere e, di fronte alla grande pressione emotiva e sociale che la civiltà nipponica attribuisce al rendimento lavorativo, si chiudono in camera, al buio, evitando ogni specie di rapporto con il reale.

Leggi anche: Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto

È un buco nero preoccupante, che fagocita proprio i virgulti che dovrebbero esplodere di vita, meraviglia, intraprendenza. Da noi il fenomeno arriva in modo più moderato, ma non meno allarmante. Eppure, in forme più subdole, la reclusione domestica è una calamita che attira i nostri figli, nel modo prevalentemente passivo di cui sono portatori i videogiochi e la TV. (Voglio mettere a verbale che ho «accompagnato» la Playstation  in cantina e nessuno dei miei figli ne ha patito: alcuni strepiti iniziali hanno lasciato il posto a una dimenticanza quasi immediata).

Leggi anche: Combattere la dipendenza da videogiochi e social network

Il punto, però, non è demonizzare questi – e altri – strumenti di intrattenimento, il punto è mettere a fuoco quale sia l’avventura che i nostri figli trascurano di vivere, cosa noi adulti ci siamo dimenticati di ricordare loro in maniera attraente. Il pericolo è la tentazione di cedere a una rassicurante ignavia: intanto che noi adulti siamo al lavoro, i ragazzi stanno a casa e siamo tranquilli. Davvero? E se questa, lecita, premessa li catapultasse nel peggiore degli inferni possibili – l’isolamento?
C’è una grande differenza tra solitudine e isolamento, l’una è necessaria come il pane, l’altro è mortifero come l’arsenico. Il protagonista che corre il rischio di essere assassinato è l’io e il suo assassino è l’ego: nutrire il primo e far avvizzire il secondo è un percorso che passa inevitabilmente per l’esterno, da ciò che è altro da sé.

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