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“Œconomicæ et pecuniariæ quæstiones”: un testo incisivo ma equilibrato

Pierre de Lauzun - pubblicato il 21/05/18




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In tema di debito pubblico, esso sottolinea che questo si deve in parte agli errori del passato, ma che risulta anche (e senza dubbio soprattutto) da cattiva gestione e – dice – «è oggi uno dei più grandi ostacoli al buon funzionamento e alla crescita delle differenti economie nazionali». Bisogna dunque ridurlo mediante politiche adeguate, ma anche per decurtazione diretta, quando i creditori possono supportare la perdita. Occorre però dire che questo punto è in pratica non operativo nel caso di enormi debiti pubblici di Paesi sviluppati.




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Il testo sottolinea poi l’importanza dell’internaziolalizzazione, e che un coordinamento stabile ed efficace, eventualmente coercitivo, tra le autorità di regolazione. Risulta particolarmente fermo sulle transazioni offshore: occasione di sottrazione su grande scala di risorse, e dunque causa di impoverimento reale, esse sfuggono con ipocrisia ad ogni regola etica e permettono il riciclaggio di denaro sporco. Il documento raccomanda un’azione energica: una tassa (senza dubbio utopistica) sulle transazioni offshore «per risolvere il problema della fame»; e sopratutto azioni più ferme per ottenere una vera trasparenza ed esercitare sanzioni.




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Il testo si conclude infine insistendo sul ruolo di ciascuno nell’offerta e nella domanda di beni, come consumatori e come investitori. Si tratta in particolare di orientare la gestione dei risparmi personali «verso imprese che funzionano secondo criterî chiari, ispirati ad un’edita rispettosa di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, sull’orizzonte della responsabilità sociale».

Apprezzamento

In complesso, un testo incisivo ma piuttosto equilibrato, radicato nella Dottrina sociale e fondato sull’analisi delle realtà con buona attenzione al dettaglio. Non piacerà agli adepti della teoria del mercato efficiente, né a quelli del relativismo morale. E tuttavia non rimette assolutamente in questione l’economia decentralizzata alla base dei mercati; al contrario, punta proprio a liberarla da una concezione erronea che può nuocere al suo stesso funzionamento, perché la strappa al contesto sociale e umano che – solo – può conferirle il suo senso.




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Su questo piano il testo corrisponde a un bisogno, che anzi soddisfa largamente. Ciò non significa che pretenda di dire l’ultima parola. Alcuni punti si sarebbero potuti sviluppare meglio, specialmente quanto ai gravi rischi che comporta il demenziale indebitamento delle nostre economie, nonché la virtù ben più grande dell’investimento in azioni (capitale).




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Al momento però conviene soprattutto seguirlo e metterlo in pratica. Ciò vale anzitutto nel settore dell’investimento, che il testo evoca alla fine: la questione dello sviluppo di una vera industria della gestione socialmente responsabile – ma più ricchi dell’ISR ufficiale e orientata secondo la Dottrina sociale – è ormai ufficialmente posta. Ma questo vale anche per i mediatori finanziari (e per quanto del loro lavoro si riflette sui prodotti e sulle pratiche); nonché per i responsabili pubblici. Sottolineerei qui in particolare il dilemma posto dal contrasto tra l’internazionalizzazione dei mercati e il livello nazionale di regolazione, che il testo evoca ma senza inoltrarsi quanto avremmo auspicato. Perché – se una regolazione internazionale dotata di potere sembra fuori portata – si può forse continuare indefinitamente con movimenti di capitale totalmente liberi, che nessuno può controllare e che possono aggirare le buone regolamentazioni o degli onorevoli ma poco concorrenziali scrupoli etici?




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[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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crisi economicadottrina sociale della chiesaeconomia

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