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“Œconomicæ et pecuniariæ quæstiones”: un testo incisivo ma equilibrato

Pierre de Lauzun - pubblicato il 21/05/18

Œconomicæ et pecuniariæ quæstiones. Ecco un testo importante, inedito nella lunga storia della Dottrina sociale della Chiesa. Le questioni finanziarie sono state già abbordate dal magistero della Chiesa, ma in modo succinto. Questa volta abbiamo a che fare con un testo impegnativo consacrato a quest’unico argomento. Evochiamone i punti più rimarchevoli.

Fondamenti

Il testo poggia sui fondamenti della Dottrina sociale. Nella prospettiva di una civiltà dell’amore, la Chiesa propone un’idea dell’uomo e una prospettiva etico dal valore universale e che il non credente può perfettamente riconoscere e assumere. Due dei suoi temi essenziali sono l’importanza centrale dell’etica e il bisogno di regolazione. Quest’ultimo risulta da un duplice limite dei mercati: debbono organizzarsi autonomamente, donde le crisi, e debbono offrire un risultato eticamente soddisfacente. L’etica in questione, da parte sua, si fonda su un’antropologia opposta alla visione dominante, individualista e strumentale: l’essere umano come essere di relazioni. L’economia è allora reinserita nel tessuto delle relazioni umane, di cui essa non è se non un aspetto, e viene subordinata al pieno sviluppo delle persone nelle loro relazioni e nelle loro comunità. Ignorare ciò è fonte di ineguaglianze e, peggio ancora, di esclusione (la cultura dello scarto che Papa Francesco sottolinea).




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E questo porta il testo a sottolineare l’importanza della responsabilità sociale dell’impresa. Troppo spesso, in effetti, si tende a percepire l’etica come estrinseca, e l’impresa come al servizio dei soli azionisti. Questo conduce – osserva il testo – a incoraggiare per via remunerativa i collaboratori avidi e poco scrupolosi, nonché ad eccessive assunzioni di rischio. Al contrario, il testo ha l’ardire di ricordare la possibilità di un circolo virtuoso tra il profitto e la solidarietà.




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Ma – continua – la crisi è stata un’occasione perduta sul piano etico, perché le dominanti attuali non sono state rimesse in causa. Per questo invita a un profondo rinnovamento dello sguardo.

Questioni concrete

Però non è il mercato in quanto tale a essere messo in discussione. Il testo ricorda che i mercati sono fondati sulla libertà umana, e ne deduce che perciò essi sono sottoposti all’etica. Il mercato va visto come un grande organismo, la cui salute dipende da quella delle singole azioni messe in opera. Ma al contempo, da loro stessi i mercati non possono produrre le qualità umane ed etiche di cui hanno bisogno, né possono correggere i loro effetti nocivi (sul piano ambientale, sociale e via dicendo). Il testo sottolinea l’utilità dei mercati finanziari, ma anche gli effetti nocivi della “speculazione” che allontana dall’economia reale, a detrimento soprattutto del lavoro. Ciò può spingersi fino all’utilizzo di rapporti di forza per produrre dei guadagni ingiustificabili. Viene addotto l’esempio della speculazione che «provoca un abbassamento artificiale del prezzo di titoli pubblici, senza preoccuparsi del fatto che così si influenza negativamente sulla situazione economia dell’intero Paese (o la si aggrava)».




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Donde il bisogno imperativo – oltre che dell’etica di quanti sono coinvolti – di una regolazione dei mercati: non si tratta di andare contro il loro ruolo naturale, ma di assicurare il loro buon funzionamento. Trasparenza, eliminazione degli squilibri ingiusti, equilibrio degli scambi. Gli spazi di vuoto giuridico e istituzionale sono propizi non soltanto alle “incognite morali”, ma alle bolle di speculazione e alle crisi. E si citano il caso della frode sul Libero, così come pure la banca-ombra: sfuggendo alle regolamentazioni, essa permette ogni sorta di speculazione rischiosa e di rapina.




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Trattandosi di prodotti, il testo sottolinea l’ineguaglianza di potenza e di competenza tra il sistema finanziario e i clienti, aggravato dalla complessità di certi prodotti. Esso elenca in particolare i difetti etici che possono affettare i broker e le imprese che gestiscono capitali azionari. E conclude con l’esigenza di introdurre una «omologazione da parte delle autorità pubbliche di tutti i prodotti provenienti dall’innovazione finanziaria, al fine di preservare la salute del sistema e di prevenire gli effetti collaterali negativi». Ciò vale soprattutto per le derive: il testo stigmatizza l’immoralità dei CDS “nudi”, perché permettono di speculare sui fallimenti altrui.

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