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"Ho visto la Sua bellezza e il Suo potere”, dice Vendula di Gesù. Lui le ha cambiato il cuore e la vita

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Fraternità San Carlo Borromeo - pubblicato il 18/05/18

Questa storia dal quartiere milanese di Niguarda dimostra che sì, la fede è ancora possibile. Una famiglia cristiana in cammino, che stupisce e commuove una comunità intera

Ci sono solo 1000 km che dividono Brno, seconda cittadina della Repubblica Ceca, da Milano. In realtà, il percorso che ha fatto Vendula Krcilova, da quando ventenne è arrivata in Italia, è lunghissimo. Ancora oggi – a distanza di 14 anni, un matrimonio con Daniele e la nascita di un figlio amatissimo, Federico -, lei lo racconta con il fiato corto e lacrime pericolosamente vicine ad uscire. Sarebbe facile confondere quella luce nello sguardo con il trionfo di una vita compiuta, vincente. Invece è altro.

“Grazie a Dio, non si sentono arrivati, continuano a camminare” spiega don Jacques du Plouy, parroco di San Carlo alla Ca’ Granda, a Niguarda. Parla di Vendula e Daniele, di come li vede crescere. Non è un modo di dire, non è solo un paradosso, per questo prete che discende dalla nobiltà francese e a Milano è arrivato, quasi cinque anni fa, al termine di un lungo percorso che lo ha portato dall’Argentina a Montreal. “Questo rapporto è una sorpresa anche per me” racconta. Nel 2016, dopo una lunga catechesi, Vendula Letizia Maria è stata battezzata il 22 maggio, si è sposata con Daniele in giugno, è stata cresimata in ottobre e nel 2017, l’8 giugno, ha battezzato il figlio Federico. “Non si è fermata, anzi” ricorda don Jacques, quasi stupito. “Non si accontenta, vuole conoscere sempre di più, approfondire il rapporto con Gesù”. E lui continua ad accompagnare questa famiglia “così vera” da colpire tutti, in parrocchia. Perché, confessa, se “ogni conversione è un miracolo, una cosa che non ti aspetti, io guardo a questi incontri come a un miracolo per la mia vita”.




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Quando arriva in Italia, Vendula è in fuga da una famiglia molto problematica, dove lei si sente di troppo. I genitori sono separati, il padre si è rifatto una vita e la madre è affannata alla ricerca di un lavoro che non è mai quello giusto. “Nessuno nella mia famiglia credeva in qualcosa. O almeno, io non ho ricevuto nessuna educazione religiosa. Solo una zia, la sorella della mamma, sembrava sensibile alla fede. Con lei, andavo d’accordo”. Vendula e il fratello vivono per un po’ con i nonni paterni, litigiosi e infelici: la nonna materna si è risposata e abita con un uomo che ha già una figlia. I due bambini sono quasi sempre da soli, anche di notte. “A dieci anni dovevo andare dal vicino a chiedere qualche soldo per fare la spesa. In casa mancava il latte ma le sigarette c’erano sempre. Di continuo, cambiavamo casa, scuola, vicini, amici. Finimmo ad abitare nelle baracche dove stavano gli operai che arrivavano dall’Ucraina. Restavamo chiusi a chiave tutto il giorno, avevamo paura”.
Ha solo 20 anni quando arriva in Italia, al seguito di un ragazzo milanese la cui famiglia la accoglie in casa malvolentieri. “Non pensavo nemmeno lontanamente a sposarmi. Soprattutto, non avevo capito che non basta essere innamorati”. Dopo qualche anno, la storia finisce. Vendula ha trovato un buon lavoro come responsabile nel negozio di una catena di abbigliamento che si chiama Terranova. Incontra Daniele per caso, mentre cerca un box per la moto. “Sembrava uno serio, che faceva quello che diceva. Una persona profonda che voleva sapere tutto di me. Mi parlava dei genitori con i quali aveva un bellissimo rapporto. Mi disse anche che credeva in Dio e che avrebbe voluto mettere su famiglia”.




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Daniele incontra sul lavoro un amico che frequenta la parrocchia. È Lele, appartiene al movimento di Cl, diventerà per Vendula padrino e testimone di nozze. È lui a presentare alla coppia don Jacques. “È stato un primo incontro molto semplice e amichevole” dice oggi il prete che la coppia continua a chiamare papà Jacques. Lui ride: “Quella che per lei all’inizio era evidentemente una ricerca affettiva, si è trasformata in un desiderio di conoscenza della fede”. Jacques parla di questo rapporto come di “un dono, un segno. E anche un grande investimento umano, da parte mia. Oltre al tempo passato con lei, c’è la tensione dell’affidare nella preghiera le persone che ci vengono mandate”.

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