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La lavatrice sulle scale (verso il Cielo) con un musulmano (VIDEO)

TULIP STAIRS
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Una lavatrice da portare nella casa nuova e due padri, anzi tre. C'è anche Iddio che ci guarda e come Lui ci guardano i nostri figli, anche mentre non ci vedono

Questa ve la dovevo raccontare, anzi avrei voluto trovare prima qualche minuto per sedermi a scriverla: una vicenda di poco conto, da un certo punto di vista, ma molto emblematica per altri aspetti. Domenica mattina avevamo la presentazione della lista del Popolo della Famiglia, insieme con le altre concorrenti e alleate, ad Anzio: avevo intenzione di approfittare del tempo morto prima dell’appuntamento per anticiparmi qualche tassello “meno agile” del nuovo trasloco che a breve con la mia famiglia affronteremo. «La lavatrice!», mi sono quindi detto: «Approfitto del fatto che vado solo in macchina e la porto a casa prima di andare».

E come l’avrei portata al secondo piano? – Diamine, mi rispondevo, vuoi che non si trovi un uomo di buona volontà, tra la parrocchia e il bar, che sono entrambi sotto casa e uno dirimpetto all’altro? Avevo comunque intenzione di offrire al generoso collaboratore una bella colazione per ringraziamento… Quindi andai senza frapporre altro indugio. Giunto che fui in loco, imboccai dapprima l’uscio del fioraio, ed esposi in breve la situazione:

– Sì, capisco, e mi creda: l’aiuterei io, ma oggi è la festa della mamma, mi aspettano a Lavinio tra 15 minuti e sono già sensibilmente in ritardo. Mi scusi.

Ci mancherebbe, il lavoro è lavoro. Passai allora di fronte alla chiesa, che aveva l’aria di aver ospitato una funzione fino a pochi minuti prima. Difatti stava lì fuori, come chi si gode il meritato riposo, un prete minuto col colletto slacciato. Esposi anche a lui la faccenda:

– Eh, vede bene che non ce la faccio… però tra poco dovrebbe arrivare un frate messo molto meglio di me… lei ha fretta? [io rispondo che in realtà sì, starei con i tempi ben serrati] Beh, non ha senso che lo chiami perché a quanto so è già per strada, però se non può aspettare non so che dirle…

Chiesi allora al parroco: «Ma quelli che vedo lì al chioschetto saranno disponibili, secondo lei?». «Non so che dirle – fu la risposta –, non sono persone del quartiere e non ricordo di averle già viste». C’erano tre persone che avrei detto indiane o pakistane dall’aspetto, e mi dissi: «Vabbe’, di solito gli immigrati sono gente di buon cuore…». Andai quindi quasi pensando di avere già la lavatrice in bagno e uno dei tre (forse quello che parlava meglio l’italiano) mi disse: «Guarda, non è per cattiveria ma noi ce ne dobbiamo andare proprio tra un minuto…». A tutti comunque indicavo la casa, lì a venti metri, per significare che un minuto no, ma non ce ne sarebbero voluti più di due o tre dall’entrata all’uscita. Però niente.

A quel punto arrivò al chioschetto un egiziano che avevo già visto, perché gestisce l’autolavaggio lì dietro (anche io gli ero rimasto impresso fin dalla prima volta che l’avevo visto: riconsegnandomi l’automobile pulita mi chiese “Ma da quanto tempo non la lavavi, questa macchina?” – ehm…). Si sedette come per concedersi un momento di ristoro dal lavoro e questo mi fece titubare. Poi però pensai alla mia tabella di marcia e mi feci avanti. Abbassò gli occhi come per una seccatura, poi mi disse: «Va bene, andiamo». E io: «Ma no, se è un disturbo no, davvero… anzi mi farebbe piacere far colazione insieme, appena scendiamo». E lui: «La colazione l’ho fatta, ma adesso portiamo la lavatrice in casa».

Portata che l’avemmo, ristemmo qualche minuto a parlare dell’appartamento e degli impianti. Scendendo le scale tornai a parlare della colazione con cui speravo (se non di sdebitarmi) di mostrare perlomeno un segno tangibile di gratitudine: «No, davvero, io ho già fatto colazione…» – «Ma se non un caffè, insistevo io, un succo di frutta, un cornetto… qualcos’altro insomma…».

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