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Siete spiritualmente esausti?

SILHOUETTES OF MAN LOST ALL HOPE
By crazystocker | Shutterstock
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Primo contributo di una serie sulla “sindrome da affaticamento cronico” spirituale

Quanto siete stanchi oggi? Non parlo solo del fatto di aver sonno o di sentirvi un po’ rallentati – parlo dell’affaticamento interiore, della stanchezza dell’anima.

Parlo di quel tipo di esaurimento che vi spinge a dire: “Sono svuotato e non nutro la speranza di riempirmi”. Siete stanchi in questo modo?

Non mi sorprenderebbe se lo foste. Nel Primo Mondo, il cosiddetto mondo “sviluppato” o “avanzato”, ce ne andiamo in giro con i nostri dispositivi per risparmiare lavoro, con app e strumenti che ci aiutano a diventare più efficienti per avere più tempo ed energia per… Per fare cosa? Sembriamo avere la mania di trovare modi per risparmiare tempo ed energia per poter trovare sempre più modi per… spendere tempo ed energia. Ci sono tante cose da fare, tante cose da monitorare… Quando mi guardo intorno mi viene da dire che siamo cronicamente esausti, costantemente schiacciati a livello spirituale, e non riusciamo a smettere di esserlo.

In altre parole, siamo prigionieri di uno stile di vita caratterizzato dalla frenesia e dall’affanno e non riusciamo a fermarci. Siamo come bambini che fanno un capriccio, che gridano in stato di iperventilazione.

È davvero questo lo stile di vita che Dio aveva in mente per noi? Il più grande desiderio di Dio è che ci svegliamo ogni mattina chiedendoci come riusciremo a sopravvivere a un altro giorno? Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza per essere stanchi, chiedendoci se i nostri sforzi hanno davvero un obiettivo? Ovviamente no.

E allora dove abbiamo sbagliato? O forse la domanda migliore è “Cosa possiamo fare al riguardo?”

I Vangeli ci offrono un’indicazione. Gesù vide le folle e “ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Matteo 9, 36). Ci dice: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Matteo 11, 28) e dà l’esempio. San Luca ci dice infatti che spesso “si ritirava in luoghi solitari a pregare” (Luca 5, 16), e ci mostra che chi risponde all’invito del Signore ad andare con Lui vede la sua gloria rivelata (Luca 9, 28-29).

Il comandamento di mantenere il sabato come giorno santo è un’espressione della saggezza di Dio per cui l’uomo non è fatto per una vita di solo lavoro, né siamo creati per un’attività, una produzione e un consumo costanti. Dev’esserci un momento in cui riconosciamo questa verità mettendo da parte tutto il resto e affidandoci al Dio vivente, per il quale siamo stati creati e che è la nostra unica fonte di riposo e soddisfazione.

Un’obiezione: “Belle parole, padre! In teoria nessuno può discordare, ma chiunque abbia tre bambini piccoli e una casa da gestire non può premere il pulsante ‘Pausa’ e iniziare a ‘fare sabato’ come suggerisce lei! So già che sto fallendo, e non ho bisogno di un altro promemoria del fatto che sto sbagliando a non riposare!”

È un’obiezione importante. Non possiamo fare del riposo del sabato un nuovo peso o un compito da assumere. Gesù ha messo spesso in guardia i farisei a questo proposito, e allo stesso tempo dobbiamo ammettere che il modo in cui ci comportiamo da tanto tempo non funziona, non è sano né santo.

Forse sarebbe d’aiuto se non parlassimo tanto di un riposo derivante da un mandato divino ma piuttosto di una chiamata di origine divina alla resilienza.

La resilienza non è solo il persistere in qualcosa, né un arrancare inesorabilmente verso il traguardo, ma piuttosto un modo per ricaricarsi anziché limitarsi a sopportare.

Ciò che si richiede non è un semplice stop occasionale alla nostra attività frenetica, ma qualcosa di più di un “time out” periodico. Qualsiasi atleta serio vi dirà che dev’esserci un momento per recuperare dopo lo sforzo compiuto. Fermarsi semplicemente non è la stessa cosa di recuperare.

Siamo fatti per ciò che solo Dio può donarci, e siamo chiamati a fare quello che solo noi possiamo fare. Le due cose devono andare di pari passo! Decidiamo oggi di iniziare ammettendo che siamo come pecore senza pastore, che siamo esausti e sperduti e che la nostra unica speranza è permettere a Dio di rinnovarci.

Nelle settimane a seguire cercheremo di capire come possiamo imparare a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno per ricevere tutto quello che Dio vuole donarci. Se lo faremo, credo che ci lamenteremo meno del fatto di essere sempre stanchi.

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