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La fragilità? Il luogo dove ritrovare Dio

Silvia Costantini / Aleteia
Conference in Rome:
Laura Cassio, Paolo Rodari, don Luigi Ciotti, msr Domenico Battaglia
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Grazie ai Cavalieri di San Martino un tema lontano dai salotti della politica affrontato senza retorica, ma alla luce del Vangelo

Nella splendida cornice della Chiesa monumentale di San Silvestro al Quirinale, a Roma, si è svolto ieri un incontro promosso dai Cavalieri di San Martino del Monte delle Beatitudini, una associazione di laici che prende ispirazione da San Martino di Tours, fondati in Roma nel 2014 e pienamente inseriti nell’ottica di servizio agli ultimi che Papa Francesco predilige. Il tema dell’incontro “Il volto dei fragili, frammento di Dio” a cui hanno partecipato come ospiti e relatori la dottoressa Laura Cassio, presidente della Commissione territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Torino, il Vescovo di Cerreto Sannita Domenico Battaglia e Don Luigi Ciotti di Libera e del Gruppo Abele. Moderatore dell’incontro il vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari che ha anche intervistato Don Ciotti.

Lorenzo Ferraro ha ricordato l’impegno di questi anni dei Cavalieri, che ha come fine il risveglio delle coscienze sopite tramite l’esercizio concreto della carità, al centro delle azioni dell’Associazione che lui presiede. Accanto alla carità, che si è concretizzata da ultimo con 1000 pasti per i poveri e – in accordo con l’Imam Pallavicini – anche 200 per i poveri musulmani durante il Ramadan (il mese sacro dell’Islam che prevede lunghi digiuni), impegno che introduce quello del dialogo interreligioso, altro caposaldo dell’associazione, assieme al restauro delle chiese e all’ecologia. C’è molto San Francesco in questa piccola, ma in rapida espansione, realtà ecclesiale.

La fragilità evocata negli interventi è quella degli ultimi, tanto chi arriva in condizioni di disperazione nel nostro paese, magari fuggendo da guerre e carestia, quanto chi cade vittima della droga perché la guerra l’ha persa – o sente di averla persa – con la vita stessa. Sono molti i casi accennati o anche solo evocati dai relatori, di chi «rischia tutto per uscire dalle situazioni di drammaticità che vive, dando così un senso alle migrazioni che stiamo vivendo in questo momento storico» dice Laura Cassio oppure chi riconosce – in profondità – nell’altro, povero, malato, in difficoltà, il volto di Cristo che chiede aiuto e allora «uscire dal recinto del tempio per andare sulla strada è l’unico modo per andare incontro alla vita» parafrasando monsignor Domenico Battaglia, o meglio don Mimmo come preferisce lui stesso. Accogliere la fragilità dell’altro è riconoscere la propria, chi è pieno di sé non vede negli altri che un ostacolo e non il Volto di Cristo, «accogli Dio se accogli l’altro», se «lo ospiti nei tuoi occhi» dice ancora il presule. Questo perché «accogliere non solo dare cose materiali, ma onorare una persona», riconoscerla come proprio fratello. Don Mimmo lo sa, da anni è accanto ai malati di Aids, ai tossicodipendenti, a chi pensa di non avere un futuro, magari neppure di meritarne uno.

Don Luigi Ciotti invece ricorda la sua vocazione e il suo impegno per la legalità che «è un mezzo per la giustizia, il lavoro e la vita» e non un fine in se stesso e ricorda le parole di Papa Francesco contro la corruzione che è spesso causa proprio di ingiustizia e povertà. La Mafia è il suo cruccio, una Mafia sempre più astuta e solo apparentemente meno brutale che – ricorda don Ciotti – già Don Luigi Sturzo aveva capito e inquadrato nel 1900 «La Mafia ha i piedi al Sud e la testa a Roma, e salirà sempre più a Nord» a dimostrazione che è un problema nazionale se non addirittura europeo.

«In prima elementare ero l’unico bambino senza grembiule e senza fiocco, racconta don Luigi, un giorno la maestra esasperata da altri compagni se la prende con me che ero il più diverso e mi dice “Ma cosa vuoi tu, montanaro!” e io – ammette – sbagliano le tirai addosso il calamaio. Fui espulso. Sapevo di aver sbagliato, era venuta a mancare la comunicazione e io avevo reagito con la violenza, ero diventato il compagno cattivo, quello da non frequentare!» Fa risalire a questo momento i semi della sua vocazione, quando a casa la madre gli dà una lezione di vita spiegandogli che mai bisogna alzare le mani. Accogliere, dialogare, accarezzare. Sono questi i termini che emergono dal racconto di don Luigi che sboccia nel cercare, a 17 anni, di fare amicizia con un barbone, ex medico, che la vita aveva messo in ginocchio. Da quel tentare di dare una mano nasce il Gruppo Abele, con gli amici della parrocchia e poi quando il Vescovo gli impone le mani ordinandolo sacerdote nel 1972 e che durante la cerimonia rivolgendosi al Gruppo e a lui, dice «ti affido una parrocchia, la strada, dove sei già con il tuo Gruppo». Era monsignor Michele Pellegrino, vescovo e cardinale di Torino. Anni dopo – racconta ancora – incontra Papa Francesco che gli chiede «Ma chi ti ha fatto prete?» sorride perché sa già la risposta dice don Ciotti «Don Michele Pellegrino, Santità» e il Papa riprende «Lo sai che quando i miei nonni si sono trovati in difficoltà quale prete li aiutò? Michele Pellegrino». E’ un cerchio che si chiude per il prete di Libera. Aiutare gli altri, farsi ordinare da un personaggio come monsignor Pellegrino, ritrovarsi di fronte un pontefice che ne è debitore indiretto e che ha come parola d’ordine carità e misericordia.

 

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