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I vescovi argentini contro il Fondo Monetario Internazionale

BUENOS AIRES
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Davvero è l'unica strada? Ma soprattutto chi pagherà questo prestito: i poveri o i ricchi del paese?

L’Argentina del presidente conservatore Mauricio Macri è di nuovo alle prese con una speculazione molto aggressiva contro la propria moneta, il peso, e ha stabilito – e negoziato – contatti con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito “stand by” (cioè a disposizione ma non necessariamente emesso) tra i 30 e i 50 miliardi di dollari.

La condizione per far sì che l’Argentina ottenga il prestito è che raggiunga una serie di obiettivi economici, sul fronte per esempio dell’inflazione e della politica monetaria. I tassi di interesse sono stati portati in pochi giorni al 40% proprio per impedire una svalutazione del peso (-20% nel 2018) e mettere un freno alla fiammata dei prezzi al consumo. Il costo della vita per le famiglie è cresciuto del 30% da gennaio (Wall Street Italia).

Il difficile rapporto con il FMI

Per l’Argentina è un drammatico ritorno al passato, già nel 2001 infatti aveva dovuto affidarsi al FMI e gli anni che seguirono sono ricordati nel paese come anni di drammatica privazione. Non a caso Nicolas Dujovne, ministro delle Finanze, che ha raggiunto Washington dove ha incontrato Christine Lagarde, direttrice del Fmi, ha cercato di mettere le mani avanti “Bisogna tenere conto del fatto che si tratta di un Fondo Monetario molto diverso da quello che abbiamo conosciuto 20 anni fa”, ha spiegato Dujovne. “Nel 2016 e nel 2017 abbiamo avuto un contesto internazionale molto favorevole ma ora le cose stanno cambiando. E siamo tra i Paesi che dipendono di più dal finanziamento esterno”. Questa la spiegazione della trattativa con l’Fmi da parte di Macri (Il Giornale).

Le piazze infatti sono riempite e un recente sondaggio dice che tre cittadini su quattro sono contrari al prestito per sostenere la svalutazione della moneta (Euronews)

 

La contrarietà dei vescovi

Ma la questione del prestito richiesta dal Presidente Macrì al Fondo Monentario Internazionale non è piaciuta neanche ai vescovi del paese, consci della difficoltà di un quarto della popolazione che vive in povertà e dell’assenza di misure che stimolino l’economia cooperativa o la solidarietà sociale i vescovi hanno messo in guardia contro questa decisione che potrebbe mettere a serio repentaglio la condizioni di ampie fasce della popolazione. Il SIR riporta infatti la posizione ufficiale di monsignor Jorge Lugones, presidente della Commissione episcopale per la pastorale sociale della Conferenza episcopale argentina rilasciata a Radio Maria Argentina: “Non vediamo fatti veramente visibili che aiutino i settori meno protetti della società, cioè le persone più povere. C’è gente che soffre in forma grave e ci sono aumenti drammatici del caro vita e dell’inflazione. Le cose non stanno andando come ci vengono presentate. Non esiste pertanto un dialogo sincero” e prosegue “se avessimo un indice di prodotto interno lordo più alto, una maggiore attività commerciale, meno inflazione, forse si potrebbe analizzare la possibilità di chiedere prestiti così importanti, niente meno che al Fmi che conosciamo bene: l’ha dimostrato già nella nostra triste storia del debito estero. Perciò, noi non riteniamo che questa sia una via d’uscita intelligente” .

La colpa della situazione è di Macrì?

Secondo alcuni osservatori sì. Le politiche del presidente conservatore argentino sono tutte in linea con il neoliberismo di Washington che non a caso sostiene senza riserve l’Argentina. Il coordinatore del Centro Nuovi Modelli di Sviluppo, Francesco Gesualdi scrive:

Nel 2015, quando cessò l’era Kirchner, prima gestita dal marito, poi dalla moglie, l’Argentina non navigava in ottime acque, ma disponeva di meccanismi per evitare la totale disfatta sociale ed economica. Poi arrivò Mauricio Macrì, convinto sostenitore della teoria neoliberista secondo la quale il sereno torna da solo se si libera il mercato da tasse, lacci e lacciuoli. Detto fatto, per prima cosa tolse ogni meccanismo di difesa del pesos e lasciò che si attestasse sul valore deciso dal mercato tramite il libero incontro fra offerta e domanda. Era il dicembre 2015 e il pesos, in un solo giorno, si svalutò del 30% per la gioia delle multinazionali dell’agroindustria e dell’industria estrattiva che essendo al tempo stessi produttori e acquirenti, hanno tutto l’interesse a fare uscire dal paese prodotti a basso prezzo che poi generano guadagni nelle fasi di rivendita successiva sotto forma di dollari riparabili nei paradisi fiscali. E per non lasciare le cose a metà, Macri tolse anche tutti i limiti alle esportazioni creando una situazione concorrenziale fra la domanda interna e quella internazionale che ebbe la peggio per la domanda interna. Il prezzo interno di soia e cereali crebbe addirittura del 150% mettendo in crisi non solo i consumatori finali, ma anche l’industria intermedia della carne. Contemporaneamente anche le importazioni vennero rimesse in totale libertà e nonostante la svalutazione del pesos, i manufatti stranieri invasero l’Argentina mettendo in crisi settori chiave del paese come l’industria tessile, meccanica e calzaturiera. La conclusione è stata che fra il 2016 e il 2017 le importazioni hanno superato di gran lunga le esportazioni generando un deficit commerciale verso l’estero per 14 miliardi di euro (Pressenza).

La ricetta neoliberista del resto aveva affondato il paese già durante la dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti dove vennero introdotte e applicate tutte le teorie della cosiddetta Scuola di Chicago di Milton Friedman. Tutto venne privatizzato o fatto fallire e poche grandi famiglie o gruppi economici poterono aumentare il loro potere finanziario in maniera spropositata così da influenzare l’economia nazionale anche dopo il ritorno alla democrazia. Ora sembra che dopo un periodo in cui la politica ha tentato di tenere i flussi finanziari e di capitale sotto controllo, la situazione sia di nuovo tornata al punto di partenza: deregulation e prestiti da far pagare al popolo.

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