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Per la Festa della Mamma? Fiori, lettera o un altro pretesto per dirle “Grazie!”

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 12/05/18

In Italia si festeggia la seconda domenica di maggio; da quest'anno sarà preludio civile alla festa liturgica che Papa Francesco ha voluto per Maria, Madre della Chiesa, il 21 maggio prossimo

La storia della Festa della mamma in Italia

In Italia la festa della mamma conobbe la sua prima edizione nel 1956  per impulso del senatore Raul Zaccari, sindaco di Bordighera, insieme con i commercianti. L’idea fu seguita ed elevata, un anno più tardi ad Assisi nel borgo di Tordibetto dall’iniziativa di un sacerdote, don Otello Migliosi, che intendeva onorare il valore alto e spirituale della maternità, facendone anche terreno di dialogo interculturale. I due livelli, commerciale e religioso, hanno continuato ad inseguirsi, da allora. Ma i regali, anche quelli comprati, sono una cosa bella, sana, umanissima e, anzi, cristiana: il Bambino Gesù ne ha ricevuti subito e forse anche alla Sua Mamma avranno lasciato qualche omaggio pastori e  Re Magi? Non è scritto ma sono sicura che sia un’ipotesi innocua, questa.

Ma torniamo alla storia di questa bella celebrazione, così normale, rassicurante e innocua per decenni ma ora minacciata da una specie di nuova iconoclastia che se la prende con “gli stereotipi”. Eppure, diciamocelo qui tra noi: cosa c’è di strano e stereotipato nel pensare che la mamma sia la mamma?

Sul finire degli anni ’50 dunque l’iniziativa del sacerdote assisiate fu così apprezzata che alcuni senatori presentarono  un disegno di legge per ottenere l’istituzione della festa a livello nazionale; era il 1958. La discussione durò fino all’anno successivo per il timore sollevato da un gruppo di parlamentari che riteneva rischioso sottoporre alla norma la celebrazione di sentimenti così intimi; temevano che l’evento si trasformasse in una fiera delle vanità.




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Le celebrazioni fasciste

C’era stata decenni prima un’altra festa dedicata alla “Madre” e al “Fanciullo”. Ne venne istituita la Giornata Nazionale, alla vigilia di Natale. Era il 1933: siamo in epoca fascista e la celebrazione è associata ai meriti di incremento demografico, di “figli dati alla Patria”. Una questione di numero, alla fine. Certo, possiamo, dobbiamo avanzare tutte le remore del caso sul modo riduttivo, ideologico e funzionale di concepire donna e figlio, di strumentalizzare la maternità. Abbiamo però il dovere di pensare, come collettività, e soprattutto lo deve fare chi ha responsabilità politiche, ad interventi efficaci e sostanziali per la natalità. Altrimenti la festa della mamma si trasformerà in una rievocazione storica in costumi d’epoca.




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Alla fine tutti chiamiamo sempre lei

La mamma, uno specchio di sillabe morbide, quasi palindromo, una parola saputa da tutti, un nome che urliamo, tacciamo, respingiamo, ripetiamo senza accorgerci, invochiamo con gioia o fingiamo di dimenticare; e poi ci si strozza in gola nei momenti di pericolo e di meraviglia. 

“Mamma mia!” “Oh mamma!” e davanti alla bocca e agli occhi un mare inatteso, un cielo invaso di colori; o un goal spettacolare, un tuffo acrobatico, una volée che chiude il match. Un ragazzo che ci piace, un sapore che ci sorprende. Un incidente scampato, una vertigine, un rumore troppo forte.




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Tutto quello che arriva e ci colpisce per il suo esserci, di solito, lo accompagniamo al nome mamma. Perché è lei che si è come ipotecata davanti al mondo per garantirci l’esistenza. E’ lei, affettuosa o distruttiva, presente o meno, risolta o inquieta che ci resta come l’eco del Big Bang, anche solo con il nome, a ricordarci che siamo stati voluti. Anche per i figli poco amati è così. E’ sempre la mamma con il suo portarci e consegnarci all’aria e alla luce che ci ha raccontato, senza saperlo, che siamo una mirabile alternativa al nulla, che siamo unici, che siamo uno spettacolo. Succede nei cuori feriti, succede nei cuori appagati. Sentiamo dolcezza e gratitudine per la nostra mamma. E commozione.

La sto prendendo larghissima, rischio ad ogni passo di scivolare lungo il pendio del patetico, di impantanarmi nel sentimentale, nello stucchevole.

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