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Oggi Alfie compirebbe due anni: in tutta Italia ci ritroviamo a pregare il Rosario per lui e non solo

Alfie - Vaticano
Shutterstock
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Il popolo che si è ritrovato a combattere per la difesa della vita del piccolo Alfie Evans continua a restare in piedi. Oggi 9 maggio in più di 20 città italiane l'appuntamento di preghiera

C’è almeno una cosa buona nella storia di Alfie: ci ha fatti alzare in piedi in tanti, ha riempito diverse piazze negli ultimi giorni prima della sua morte, quando chiedevamo che l’Alder Hey rilasciasse il bambino, o almeno che non gli sospendesse alimentazione, idratazione e ossigeno  – Milano, Roma, Torino e non solo. E domani (oggi per chi legge , ndr), 9 maggio, nel giorno di quello che sarebbe stato il suo secondo compleanno, ne riempirà molte altre, oltre Milano Roma e Torino:

Napoli, Parma, Brescia, Genova, Rimini, Rocca di Capri Leone (Messina), Casellina (Firenze), Novara, Trieste, La Spezia,  Savona, Biella, Vercelli, Ortucchio (L’Aquila), Minturno, Pieve S. Vitale, Avellino, Cesate (Milano), Piana Battolla (La Spezia), Reggio Emilia, Borghetto santo Spirito (Savona) forse Modena e Perugia, san Giovanni Rotondo, Chiesina Uzzanese  e speriamo in altre adesioni. E poi c’è Dublino… Bastano dieci persone, dieci candele, dieci corone del rosario: è importante essere un segno, per dire che non si abbassa la guardia su questo cambiamento epocale: il momento in cui la medicina ha gettato la maschera. Da competenza usata per guarire o almeno curare, a tecnica che ha il potere di vita o di morte, a cui è consegnato il diritto di dire quale esistenza “valga la pena”, quale sia abbastanza produttiva per meritarsi il privilegio delle cure mediche.

Si capisce che i progressi della medicina mettono davanti a questione diverse rispetto ai secoli in cui l’età media era di quaranta anni, la mortalità infantile altissima e la capacità di azione della scienza molto limitata. E’ vero che tra gli elementi da valutare oggi c’è anche il rischio dell’accanimento terapeutico, ma cibo e acqua e ossigeno NON sono una terapia, in nessun modo. Altrimenti non morirebbe nessuno, è evidente. E invece i malati muoiono, anche attaccati al respiratore purtroppo. Il punto non è neanche la libertà di cura lasciata ai genitori (persino il padre di Eluana Englaro si è, coerentemente con la sua storia, espresso a favore dei genitori di Alfie): il punto è che finché una vita si può curare, va curata, indipendentemente dal volere dei familiari, e l’unica cosa che può far parlare di sproporzione della cura è la sofferenza del malato rispetto alle speranze di miglioramento. Non era il caso di Alfie, non è il caso dei bambini lasciati morire di fame e di sete in Inghilterra – ma ci piacerebbe tanto che un’indagine della magistratura stabilisse se c’è stato anche un intervento attivo a favore della morte, nel caso del piccolo Evans – perché i bambini di cui abbiamo avuto notizia sembravano tranquilli, benché inguaribili, e comunque per tenere a bada l’eventuale dolore c’è sempre la sedazione.

Su Alfie abbiamo scritto tanto, tutto quello che poteva essere detto è stato detto (grazie prima di tutto all’indomita Benedetta Frigerio, che ha fatto un lavoro da Pulitzer – ma qualcosa mi dice che non lo vincerà) (e il nostro Giovanni Marcotullio che ha preso armi e bagagli ed è volato a Liverpool dove ha svolto un lavoro eccellente. Ndr). L’unica cosa che voglio aggiungere qui è che una reazione partita assolutamente dal basso ha sollevato un caso che ha fatto parlare tutto il mondo, è arrivato sui canali di informazione che da mesi ignoravano gli appelli di Tom, è arrivato perfino sugli spalti degli stadi, ed è stata un’onda sui social e sulla rete, avversata persino da una parte della gerarchia ecclesiastica ma che alla fine è arrivata al Santo Padre e alla Segreteria di Stato. Dobbiamo ringraziare il lavoro della Nuova Bussola Quotidiana, ma tutti noi che abbiamo riempito le piazze e telefonato e scritto e pregato abbiamo contribuito a creare qualche bel problema alla gloriosa macchina da guerra del NHS inglese (national health system).

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