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Quando Biglino fa il gioco delle tre carte con Paolo, Giovanni… e Marcione

SAINT JOHN THE APOSTLE MAURO BIGLINO SAINT PAUL

SAINT JOHN THE APOSTLE SAINT PAUL | Public Domain - MAURO BIGLINO Photo Credit: GABRIELE GERACI (CC BY-NC-SA 2.0)

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 09/05/18

Dopo questa prima raffica di dolose (speriamo per lui…) inesattezze e omissioni, Biglino torna alla consueta manipolazione concettuale: invece di far emergere dai testi i concetti nativi delle Scritture (cosa lecita per un biblista anche quando i risultati vadano momentaneamente contro “la dottrina”), egli assume dallo status quo della dottrina consolidata gli articoli che gli sembrano utili al proprio fine e li ritorce contro le Scritture, con un procedimento del tipo “se davvero questa quercia è nata da una ghianda bisognerà pur riuscire a rificcarcela dentro, altrimenti è evidente la totale estraneità dell’una all’altra”. Al capitolo 5 ormai Biglino è lanciato e si permette qualche bluff:

Nell’Antico Testamento non c’è traccia alcuna di un presunto Dio padre (spirituale, trascendente, onnipotente…) […].

p. 135

A me sembra di ricordare innumerevoli passi veterotestamentari in cui Dio è detto “padre” (soprattutto del popolo, o degli orfani come in Sal 68, 5, ma anche in contesti tradizionalmente letti come profezie messianiche – Sal 2, 7; 2 Sam 7, 1-7); quanto alla trascendenza, se Biglino disdegna i libri dei Maccabei – che tracimano trascendenza divina da tutti gli iota – potrà sempre richiamarsi a passi eucologici come la preghiera di Salomone in 1 Re 8, 23-30. Non sia frettoloso, Biglino, nell’attaccare il disco delle astronavi appena legge “cieli”: dovrebbe saperlo bene, che in ebraico espressioni come “i cieli dei cieli” indicano precisamente uno spazio che è al di là dello spazio – e allo stesso modo, malgrado le pagine dedicate a illustrare il contrario, “gli olàm degli olàm” sono la perifrasi ebraica per “l’eternità”. Quanto all’onnipotenza, Biglino non ce ne vorrà se riporteremo una breve pericope dalla Sapienza (ce ne sono anche altre, ma questa è letterariamente più bella):

Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so,
poiché mi ha istruito la sapienza,
artefice di tutte le cose.

In essa c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, senz’affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
È un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.

Sap 7, 21-27

A Biglino non piace perché è scritto in greco e non in ebraico? È un problema che dovrà affrontare: questa è la Bibbia. E parla di Dio, creatore e salvatore.

L’antipatia di Biglino per i LXX traspare in questo passaggio stizzito sui testi del Nuovo Testamento:

[…] il problema del Nuovo Testamento non risiede tanto nelle traduzioni forzate (anche se sono ben presenti) o nelle interpretazioni di un testo scritto in greco, bensì in ciò che hanno deliberatamente inventato quando l’hanno scritto.

p. 135

Ecco il capolavoro: quando avverte che i testi – proprio quelli che aveva invocato fino a un attimo prima – stanno per sconfessarlo, Biglino mette in guardia dalla malafede degli agiografi:

Quali che siano stati gli autori dei Vangeli, essi hanno scritto con lo scopo di fabbricare la figura di un personaggio che potesse essere accettata soprattutto nel modo [sic!] greco-romano e per farlo hanno attinto ai racconti delle vicende che caratterizzavano la vita e le opere di altre cosiddette divinità molto diffuse al tempo in quei territori (da Dioniso ad Attis, da Horus a Mitra…).

Hanno scritto tutti dopo che Paolo di Tarso aveva già elaborato/inventato la sua figura critica, non a caso duramente osteggiata da quei seguaci di Giosuè/Gesù – compreso il fratello Giacomo che lo aveva sostituito a capo del gruppo – che lo avevano conosciuto e seguito quando era in vita e dunque sapevano bene che le affermazioni di Paolo erano assolutamente false, prive di fondamento e inaccettabili.

(p. 135-136)

Il cristianesimo a Roma prima di Paolo

A parte la solita (ormai noiosissima) bufala su Gesù omologo di Dioniso, Attis, Horus e Mitra (per la quale rimando alla già buona raccolta di Cattonerd, ma basterebbe anche Wikipediaa scoprire certe imposture), Biglino riscalda un altro Leitmotiv della propaganda anticristiana dall’Ottocento in qua: Paolo inventore del cristianesimo, Paolo influencer di tutti gli altri scrittori sacri del Nuovo Testamento. In questo Biglino, come i suoi epigoni prima di lui, si rivela perfettamente antimarcionita (dato che il marcionismo, per qualche motivo, è la sua idea di cristianesimo): Marcione avrebbe buttato a mare tutto l’Antico Testamento, e del Nuovo avrebbe conservato solo Luca (Vangelo e Atti) e Paolo (neanche tutte e 14 le lettere); Biglino vorrebbe usare l’Antico Testamento, e quanto del Nuovo giudica conforme alla sua personalissima lettura dell’AT, per buttare a mare Luca, Paolo e derivati… cioè tutto (perché secondo lui tutto deriva da Paolo per il semplice fatto che le epistole paoline sono i documenti più antichi del NT – il che è un asserto evidentemente discutibile…). Addirittura Biglino arriva a sostenere – avvalendosi del libro di tale David Donnini (sconosciuto in ogni contesto di ricerca seria, ma anche lui pubblicato dalla stessa editrice di Biglino…) – che

La stessa vicenda della cattura, del processo, della crocifissione e della presunta resurrezione non sono altro che la rielaborazione in chiave paolina di racconti di morte e resurrezione di altre divinità che avevano molti seguaci nel mondo ellenistico presso il quale Paolo di Tarso intendeva accreditare quel predicatore giudeo, probabile ribelle antiromano che fu processato e condannato per motivi esclusivamente politici.

ibid.

Sulla base di quali fonti (extrabibliche, poiché quelle bibliche le ha già diffidate) Biglino dice questo? Vogliamo tralasciare il Testimonium Flavianum, ancora controverso? E prendiamo Tacito, Svetonio, il rescritto di Plinio a Traiano e tutto quello che volete: niente, nelle fonti storiche su Gesù, dice di capi d’accusa politici. Anche la notizia dell’editto di Claudio – iudæos assidue tumultuantes impulsore Chresto –, non può essere letta in termini di sobillazione politica, poiché lo zelotismo è movimento giudaico palestinese, non della diaspora: anzi, a ben vedere vi si può leggere come il potere politico romano abbia registrato con infastidita distrazione la rumorosa fede dei discepoli di Cristo nella presenza viva e operante del maestro risorto. Attenzione: nel 49 Paolo non era ancora arrivato a Roma, e difatti gli Atti ci fanno sapere che l’Apostolo era a Corinto quando incontrò Priscilla e Aquila, esuli da Roma per via di quell’editto. Dunque, a ben vedere, la storiografia extrabiblica di Svetonio mostra che il racconto lucano è fededegno… e pure che i cristiani credevano nella risurrezione di Gesù anche dove Paolo non era in alcun modo ancora arrivato. Rifletta Biglino.

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antico testamentomauro biglino
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