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Papa Francesco ci insegna come non cadere preda di ferocia e accanimento

STUDENT VIOLENCE

Helder Almeida I Shutterstock

Lucandrea Massaro - Aleteia Italia - pubblicato il 08/05/18

Ma noi che siamo peccatori, anche se credenti e battezzati, come possiamo capire davvero a quale logica ci stiamo appellando di fronte ad una discussione o a quello che percepiamo come un torto? Papa Francesco lo rivela continuamente: con il discernimento. La situazione in cui ci si trova va compresa, analizzata, bisogna pregare molto, avere fiducia, e svuotarsi.

I rimedi contro lo spirito di accanimento non cercano di «vincere il male con il male»: ciò significherebbe restare contagiati dalla sua dinamica. Puntano invece a rafforzare la nostra capacità di «resistere al male», trovando modi per sopportare la tribolazione senza venir meno. Questa resistenza al male è del tutto diversa da quell’altro tipo di resistenza, nei confronti dello Spirito, che il demonio pratica e provoca istigando all’accanimento.

La Scrittura ci sostiene e ci fa capire:

In alcuni casi la resistenza alla persecuzione consisterà nel «fuggire in Egitto», come fece san Giuseppe per salvare il Bambino e sua Madre: «Dobbiamo tenere sempre un “Egitto” a portata di mano – anche nel nostro cuore –, per umiliarci e autoesiliarci di fronte all’eccesso di un diffidente»che ci perseguita. Dunque, la prima resistenza consiste nel ritrarsi, nel non reagire attaccando o seguendo l’istinto di un’opposizione diretta. Il ricorso a questo luogo del cuore in cui ci si può sempre esiliare, quando ci insegue un qualche Erode, è fonte della pace che il Signore ha dato a Bergoglio quando questi ha capito che sarebbe stato eletto papa. […] in altri casi la resistenza consisterà nell’affrontare […] il cattivo spirito a viso aperto, dando testimonianza pubblica della verità con dolcezza e fermezza. Quando la tentazione si basa su una mezza verità, è molto difficile riuscire a fare luce e chiarire le cose per via intellettuale. «Come essere di aiuto in tali circostanze?» «Bisogna fare in modo che si manifesti lo spirito malvagio», e l’unico modo perché ciò avvenga è «fare posto» a Dio, perché Gesù è l’unico che può indurre il demonio a scoprirsi: «Esiste un solo modo per “fare posto” a Dio, e questo modo ce l’ha insegnato Lui stesso: l’umiliazione, la kenosis (Fil 2,5-11). Tacere, pregare, umiliarsi». […] Bisogna saper aspettare, pregando e chiedendo l’intervento dello Spirito Santo, affinché passi il tempo di quella luce così forte».




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Imitare Gesù, nel suo stile, nella sua mansuetudine, è sempre un buon inizio, ma non è sempre fattibile, per Cristo lo stato di Grazia non è mai venuto meno. Cosa fare nel nostro quotidiano? Nelle nostre discussioni, nella lotta aspra che talvolta accompagna la vita in certe nostre città dove una piccola incomprensione può diventare foriera di aggressioni?

il «mostrarsi deboli» a imitazione di Gesù consiste in un atteggiamento ben preciso. Bergoglio afferma che «Gesù obbliga [il demonio] a “mostrarsi”, lo “lascia venire”». Certo, è inimitabile ciò che il Signore ottiene con la sua innocenza e il suo donarsi incondizionato nelle mani del Padre per salvare tutti, perdonando perfino i suoi nemici. Ma c’è un modo – accessibile a noi, peccatori – di rendere altrettanto innocente la propria debolezza: consiste nell’«accusa di se stessi», atteggiamento diametralmente opposto all’accanimento verso gli altri. Accusare se stessi non in generale, ma in qualcosa di ben concreto, è «mostrarsi in effetti deboli», in modo che si possa essere «difesi dal Paraclito», come chi dice tutto al suo avvocato affinché possa difenderlo efficacemente davanti ai suoi accusatori. […] Contro l’«accanimento» – e in modo particolare quando esso si manifesta sotto una forma «educata», usando verità – bisogna stare attenti, perché «non sempre il demonio tenta con la menzogna. Alla base di una tentazione può ben esserci una verità, vissuta però con un cattivo spirito. È questo l’atteggiamento del beato Fabro [poi proclamato santo]» . Bergoglio fa notare che una verità ideologica «deve essere sempre giudicata non per il suo contenuto quanto per lo spirito [la volontà] che la sostiene, che non è esattamente lo Spirito della verità» […] La resistenza allo Spirito Santo – alla sua grazia e allo splendore della sua verità – è quell’impeto propriamente demoniaco che, per non vedere se stesso, si scatena con furia accanita contro la carne dell’altro. Di fronte a questo dinamismo accusatorio, che non ha pietà, l’atteggiamento interiore è – paradossalmente – l’accusa di se stessi, sincera e semplice, senza fronzoli e senza l’accanimento della colpa: l’accusa di sé davanti alla misericordia di Dio e della comunità.




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