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Papa Francesco ci insegna come non cadere preda di ferocia e accanimento

STUDENT VIOLENCE

Helder Almeida I Shutterstock

Lucandrea Massaro - Aleteia Italia - pubblicato il 08/05/18

Nell'ultimo numero di Civiltà Cattolica un saggio per aiutare a discernere la tentazione di rispondere alla violenza con altra violenza, specie se travestita da buone intenzioni

La Civiltà Cattolica è una rivista da cui sempre è possibile trarre giovamento, un argomento ben spiegato, una riflessione con cui confrontarsi, una meditazione che permette di rimettere in ordine un subbuglio nel cuore. La rivista dei gesuiti, arrivata al numero 4029 (è la più antica rivista in lingua italiana) offre in questo suo ultimo numero uscito il 5 maggio molte cose interessanti ma più di tutto presenta un breve saggio di padre Diego Fares che analizza e medita su una lettera di Bergoglio di oltre trent’anni fa dal titolo emblematico: <<La dottrina della tribolazione>>, lettera che apre il volumetto stesso. Il saggio, dicevamo, ha un titolo di grande attualità “Contro lo spirito di accanimento” che è davvero una catechesi su un moto dello spirito applicato al mondo contemporaneo delle reti sociali e dei media ma anche un utile strumento per capire e sradicare il bullismo.

Bergoglio afferma: «In momenti di oscurità e grande tribolazione, quando i “grovigli” e i “nodi” non si possono sciogliere, e neppure le cose chiarirsi, allora bisogna tacere: la mansuetudine del silenzio ci mostrerà ancora più deboli, e allora sarà lo stesso Demonio che, facendosi baldanzoso, si manifesterà in piena luce, mostrerà le sue reali intenzioni, non più camuffato da angelo della luce, ma in modo palese».
Questo «mostrarsi ancora più deboli» è l’atteggiamento che vince l’insidia del cattivo spirito. Ed è l’approccio migliore contro le maldicenze di corridoio, i toni scandalistici, gli attacchi che oggi facilmente si diffondono nelle reti sociali, persino ad opera di testate che si definiscono «cattoliche».



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Padre Fares, da buon gesuita, cerca di comprendere e far comprendere i due lati della medesima medaglia: la violenza fisica e quella verbale. Nell’accanimento egli ritrova davvero l’opera del diavolo, quello spirito di dis-umanità, che di fronte alla sconfitta dell’avversario infierisce e mutila, senza conoscere la pietà. Neppure il mondo animale conosce questa ferocia e dove al limite domina l’istinto, ma nell’uomo l’insidia del peccato fa ruzzolare rapidamente verso abissi di violenza e contemporaneamente ci anestetizza da quella violenza, nascondendola agli occhi.

Questo ci porta ad analizzare in maniera diversa il fenomeno della «persecuzione mediatica». Il fatto che lo spirito di accanimento rimanga nell’ambito delle parole e che la violenza non giunga alle mani – ma, al massimo, si manifesti nel tono e in alcuni gesti – non significa che siamo usciti dalla sfera dell’accanimento e che ci troviamo su un piano di civiltà. Tutto il contrario! Proprio nella violenza verbale, nella menzogna, nella calunnia, nella diffamazione, nella detrazione e nel pettegolezzo lo spirito di accanimento si rintana, e da lì domina. Francesco compie uno smascheramento netto e drastico di alcune tentazioni. E nei commenti qualcuno ironizza – come a dire che il Papa «esagera» – sul fatto che egli abbia detto a delle suore di clausura che, se spettegolavano, erano suore «terroriste» La parola, per sua dinamica, tende a «realizzarsi». Perciò è importante ragionare su quanto sia contraddittorio «discutere accanitamente».[…] Accanirsi nel dialogo è un controsenso. […] Se dietro l’apparenza del dialogo si mira esclusivamente a ottenere l’assenso e si vuole imporre il proprio punto di vista o si disprezza ciò che dice l’altro, il dialogo non c’è. L’accanimento non è frutto dell’istinto, ma è frutto di una logica, quella del «padre della menzogna» (Gv 8,44), e lo si combatte con un’altra logica, quella della verità, come Gesù la attesta nel Vangelo e lo Spirito Santo la discerne in ogni situazione. La logica dell’incarnazione è opposta alla logica dell’accanimento.



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Ma noi che siamo peccatori, anche se credenti e battezzati, come possiamo capire davvero a quale logica ci stiamo appellando di fronte ad una discussione o a quello che percepiamo come un torto? Papa Francesco lo rivela continuamente: con il discernimento. La situazione in cui ci si trova va compresa, analizzata, bisogna pregare molto, avere fiducia, e svuotarsi.

I rimedi contro lo spirito di accanimento non cercano di «vincere il male con il male»: ciò significherebbe restare contagiati dalla sua dinamica. Puntano invece a rafforzare la nostra capacità di «resistere al male», trovando modi per sopportare la tribolazione senza venir meno. Questa resistenza al male è del tutto diversa da quell’altro tipo di resistenza, nei confronti dello Spirito, che il demonio pratica e provoca istigando all’accanimento.

La Scrittura ci sostiene e ci fa capire:

In alcuni casi la resistenza alla persecuzione consisterà nel «fuggire in Egitto», come fece san Giuseppe per salvare il Bambino e sua Madre: «Dobbiamo tenere sempre un “Egitto” a portata di mano – anche nel nostro cuore –, per umiliarci e autoesiliarci di fronte all’eccesso di un diffidente»che ci perseguita. Dunque, la prima resistenza consiste nel ritrarsi, nel non reagire attaccando o seguendo l’istinto di un’opposizione diretta. Il ricorso a questo luogo del cuore in cui ci si può sempre esiliare, quando ci insegue un qualche Erode, è fonte della pace che il Signore ha dato a Bergoglio quando questi ha capito che sarebbe stato eletto papa. […] in altri casi la resistenza consisterà nell’affrontare […] il cattivo spirito a viso aperto, dando testimonianza pubblica della verità con dolcezza e fermezza. Quando la tentazione si basa su una mezza verità, è molto difficile riuscire a fare luce e chiarire le cose per via intellettuale. «Come essere di aiuto in tali circostanze?» «Bisogna fare in modo che si manifesti lo spirito malvagio», e l’unico modo perché ciò avvenga è «fare posto» a Dio, perché Gesù è l’unico che può indurre il demonio a scoprirsi: «Esiste un solo modo per “fare posto” a Dio, e questo modo ce l’ha insegnato Lui stesso: l’umiliazione, la kenosis (Fil 2,5-11). Tacere, pregare, umiliarsi». […] Bisogna saper aspettare, pregando e chiedendo l’intervento dello Spirito Santo, affinché passi il tempo di quella luce così forte».



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Imitare Gesù, nel suo stile, nella sua mansuetudine, è sempre un buon inizio, ma non è sempre fattibile, per Cristo lo stato di Grazia non è mai venuto meno. Cosa fare nel nostro quotidiano? Nelle nostre discussioni, nella lotta aspra che talvolta accompagna la vita in certe nostre città dove una piccola incomprensione può diventare foriera di aggressioni?

il «mostrarsi deboli» a imitazione di Gesù consiste in un atteggiamento ben preciso. Bergoglio afferma che «Gesù obbliga [il demonio] a “mostrarsi”, lo “lascia venire”». Certo, è inimitabile ciò che il Signore ottiene con la sua innocenza e il suo donarsi incondizionato nelle mani del Padre per salvare tutti, perdonando perfino i suoi nemici. Ma c’è un modo – accessibile a noi, peccatori – di rendere altrettanto innocente la propria debolezza: consiste nell’«accusa di se stessi», atteggiamento diametralmente opposto all’accanimento verso gli altri. Accusare se stessi non in generale, ma in qualcosa di ben concreto, è «mostrarsi in effetti deboli», in modo che si possa essere «difesi dal Paraclito», come chi dice tutto al suo avvocato affinché possa difenderlo efficacemente davanti ai suoi accusatori. […] Contro l’«accanimento» – e in modo particolare quando esso si manifesta sotto una forma «educata», usando verità – bisogna stare attenti, perché «non sempre il demonio tenta con la menzogna. Alla base di una tentazione può ben esserci una verità, vissuta però con un cattivo spirito. È questo l’atteggiamento del beato Fabro [poi proclamato santo]» . Bergoglio fa notare che una verità ideologica «deve essere sempre giudicata non per il suo contenuto quanto per lo spirito [la volontà] che la sostiene, che non è esattamente lo Spirito della verità» […] La resistenza allo Spirito Santo – alla sua grazia e allo splendore della sua verità – è quell’impeto propriamente demoniaco che, per non vedere se stesso, si scatena con furia accanita contro la carne dell’altro. Di fronte a questo dinamismo accusatorio, che non ha pietà, l’atteggiamento interiore è – paradossalmente – l’accusa di se stessi, sincera e semplice, senza fronzoli e senza l’accanimento della colpa: l’accusa di sé davanti alla misericordia di Dio e della comunità.



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Consigli e meditazioni che dobbiamo tutti quanti fare nostre. Dentro il dibattito ecclesiale, tra credenti, tra membri del clero, nella stampa cristianamente ispirata. Ma anche nel nostro vivere quotidiano, nel nostro accedere alle reti sociali sia fisiche che virtuali o in fenomeni emergenti come il bullismo o il cyberbullismo. Nei nostri rapporti di vicinato. Discernere, pregare, ascoltare, accusare se stessi.

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