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Come posso vedere Cristo in lui se neanche lo guardo?

HOMELESS MAN

Aaron Anderer | CC BY ND 2.0

Kimberly Cook - pubblicato il 07/05/18

Solo una lastra di vetro, mezzo metro e il mio senso di colpa mi separano dal mio fratello

In passato temevo il semaforo rosso che mi fermava a un incrocio affollato vicino a un triste senzatetto che teneva in mano un cartone malconcio. Cercavo di leggere cosa ci fosse scritto con la coda dell’occhio, senza avere il coraggio di stabilire un contatto visivo. Armeggiavo con i CD e qualsiasi cosa tenessi in macchina – tutto per evitare l’ondata emotiva che mi investiva.

Nella mia mente turbinavano idee sulla povertà e sul mio dovere nei confronti dei poveri. Pensavo alle cose negative che quella persona avrebbe potuto fare con la mia donazione. All’improvviso diventavo banchiere, agente di custodia e operatore sociale, e liquidavo quella persona per la serie di scelte sbagliate che aveva compiuto, derivanti da una grave malattia mentale.

I suoi occhi supplichevoli erano separati dai miei solo dalla lastra di vetro del finestrino della mia auto.

In quelle situazioni mi agitavo sempre di più, e sentivo il bisogno di rispondere alla domanda: “Qual è il mio dovere nei confronti dei poveri?” Alla base del mio senso di colpa non c’era il denaro o il chiedere l’elemosina, ma il fatto che non riuscivo a interagire con quell’individuo. Erano le “regole sociali”, che mi avevano insegnato ad alzare il vetro del finestrino, chiudere le portiere e fingere che quella persona non si trovasse a cinquanta centimetri da me, in una situazione potenzialmente disperata, a infastidirmi.

È comprensibile che ci siano dei confini di sicurezza da rispettare, ma rifiutarsi di riconoscere l’esistenza di un’altra persona non è certamente quello che siamo chiamati a fare come cristiani. Forse ci sentiamo più a nostro agio a offrire la barretta di cereali che avevamo portato per pranzo o qualche Ave Maria anziché del denaro. Ad ogni modo, è l’incontro che è significativo – perché non c’è modo per portare Gesù agli altri senza un incontro.

Se ho un adesivo con scritto “Gesù ti ama” o un rosario che pende dallo specchietto e non riesco a offrire neanche un sorriso a una persona bisognosa – per la paura del senso di colpa che provocherà in me –, allora con la mia “testimonianza” sto facendo più male che bene.

Una mia cara amica voleva sempre tirare su ogni senzatetto, e abbassando il finestrino lo salutava ad alta voce. Gli dava delle monetine e gli chiedeva come si chiamasse, assicurandogli le proprie preghiere. Io sprofondavo nel sedile del passeggero.

Il dono dell’incontro della mia amica – nel riconoscere l’umanità dell’altra persona nonostante le apparenze esteriori – mi è rimasto dentro. Mi ha ispirata e trasformata. Volevo vedere Cristo in tutti ed essere Cristo per tutti.

Ora giro con una scatola di barrette ai cereali. Trovo grande gioia nel poterle condividere con un mendicante. Sorrido mentre abbasso il finestrino (a metà) per salutarlo e offrirgli una preghiera. Non come una benefattrice, ma come una sorella in Cristo. Noi cristiani siamo chiamati a donare liberamente al povero il nostro surplus, che la maggior parte di noi ha in abbondanza. In cambio, Dio ci benedice per la nostra generosità, e solo Lui giudica il nostro atteggiamento.

Non possiamo assumere una posizione comunista sulla carità, dettando come verrà usato ciò che diamo, eliminando così la libertà sia del dono che della sua ricezione. La carità autentica richiede un distacco dal dono. Se allunghiamo di malavoglia una moneta chiedendoci borbottando come l’userà quell’ubriacone, annulliamo tutto ciò che Dio ha voluto effondere su di noi. L’amore purifica entrambi – riempiendoci più di Cristo e meno di noi stessi.

Di recente mi sono imbattuta in un mendicante a un incontrocio. Avevo una banconota da venti dollari nel cruscotto, che avevo trovato per strada. Ho sorriso e l’ho chiamato, e l’uomo si è avvicinato lentamente. Mentre gli allungavo la banconota dal finestrino l’ha guardata come se non riuscisse a crederci. Ha esitato a prenderla, e gli si sono riempiti gli occhi di lacrime. Alla fine, mettendosi il cartone sotto il braccio, ha preso i soldi ed è rimasto in piedi a piangere. Sono stata inondata dal senso di compassione per quell’uomo, e mentre diceva “Dio la benedica, non sa cosa significhi per me” ho capito che non lo sapevo davvero. Forse non lo saprò mai – almeno non in questa vita.

Mentre mi allontanavo ho sorriso. Mi ero liberata dal terribile peso del senso di colpa che mi aveva portata a non riconoscere il mio fratello o la mia sorella in povertà. È vero che non so cosa farà il mendicante con l’offerta che gli do. Non so se l’userà bene o male, ma non conta, perché non è questo che mi chiede Dio.

Tra queste opere (le opere di misericordia), fare l’elemosina ai poveri è una delle principali testimonianze della carità fraterna: è pure una pratica di giustizia che piace a Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2447).

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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caritaelemosinagesù cristopoveriprossimo
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