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«Assad ha tutto l’interesse di prendere seriamente in considerazione il piano di pace dell’Onu»

sirianews
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Parla Staffan De Mistura, inviato ONU per la Siria, in colloquio con Famiglia Cristiana

«Assad ha tutto l’interesse di prendere seriamente in considerazione il piano di pace dell’Onu». A dirlo è il 71enne Staffan de Mistura,  diplomatico di lungo corso nonché ex viceministro degli esteri con Mario Monti, ma soprattutto inviato speciale dell’Onu per la Siria, che ha rilasciato una lunga intervista a Famiglia Cristiana, che la pubblica nel numero oggi in edicola. In essa spiega come e perché dopo ben 7 anni di sanguinosa guerra civile, e oltre 400 mila morti e un milione mezzo di feriti, il travagliato paese mediorientale potrebbe essere vicino a voltare pagina.

Il Governo di Damasco, dice De Mistura, «sa che Russia e Iran, i suoi angeli custodi, non vogliono rimanere in eterno sul terreno né possono fornire gli oltre 254 miliardi di dollari necessari ad avviare la ricostruzione del Paese. Quei fondi li possono mettere solo l’Unione europea e la Banca mondiale, insieme agli Usa».

Che fare, allora?

«Sarebbe utile che accettasse un processo di powersharing, ovvero accettasse di scrivere una nuova Costituzione che, archiviato il potere assoluto, porti alla condivisione di responsabilità e poteri. Entro 18-24 mesi si dovrebbero quindi indire elezioni democratiche, con la supervisione dell’Onu coinvolgendo la maggioranza sunnita, le varie minoranze che fanno parte del mosaico siriano, tutelando infine gli alawiti che hanno espresso Assad padre e Assad figlio. Solo così le sofferenze della gente avranno termine e non rischieremo un allargamento del conflitto, a cominciare da un potenziale duro confronto tra Israele e l’Iran».

Il bombardamento americano

Staffan de Mistura svela inoltre anche alcuni retroscena. La notte tra il 13 e il 14 aprile, quando 103 missili graffiarono il cielo siriano, lui era in albergo a Riad, in Arabia Saudita, dov’era arrivato per negoziare ancora e da dove – in quelle convulse ore – si tenne in costante collegamento con la sua squadra a Damasco, e poi con New York, Washington, Mosca, Londra, Parigi. «Non ho dormito neppure un minuto, ovviamente», confida. «Il maggior pericolo, però», precisa, «l’abbiamo corso nei giorni precedenti, quando si sapeva che gli Stati Uniti insieme ad alcuni alleati avrebbero attaccato ma non si sapeva quando, dove, come. Unica certezza: Mosca aveva detto chiaramente che avrebbe reagito se le sue forze fossero state colpite. Un’escalation tanto annunciata quanto potenzialmente tragica. Ci siamo fermati sul ciglio del baratro. Damasco e dintorni hanno rischiato di trasformarsi nella Sarajevo del 1914».

Una crisi umanitaria

Proprio oggi Marinella Enoc, presidente dell’Ospedale Bambino Gesù, appena rientrata da una visita in Siria rivolgendosi all’AdnKronos ha lanciato un grido di allarme sulla carenza strutturale di personale medico: “Molti dei buoni professionisti che lavoravano negli ospedali del Paese sono andati via. Oggi ci sono pochi camici bianchi. Tutto il personale sanitario è insufficiente. Serve ricostruire una nuova generazione di operatori. Ed è quello che stiamo cercando di fare all’ospedale di Damasco”. Il viaggio della Enoc era volto a consolidare un programma di aggiornamento del personale medico ed infermieristico dell’ospedale pediatrico universitario e del Centro cardiovascolare dell’ospedale dell’Università Al‐Muwassat di Damasco.  “Damasco è una città che si sta ricostruendo. I negozi sono aperti e le persone cercano di ritrovare normalità, così come ad Aleppo. Ma la popolazione è sofferente. Mi ha molto colpito vedere i bambini in ospedale denutriti. Noi li operiamo, ma arrivano in ospedale malnutriti e le famiglie non hanno i soldi per comprare le sacche per la nutrizione che l’ospedale non fornisce. Si sta facendo molto, la situazione dal punto di vista bellico è migliorata, ma la povertà è grande”.

Sullo sfondo la guerra fredda tra Iran e Israele

Dopo lo show del premier Benjamin Nethanyau che ha espone le prove di una volontà iraniana di armarsi con le atomiche, la situazione nella regione rischia di peggiorare più di così. Già adesso Israele ed Iran si combattono indirettamente proprio in Siria, utilizzandolo come “stato cuscinetto” su cui scaricare la tensione geopolitica che ormai è a livelli di guardia. Una riproposizione dello schema della “guerra fredda” dove gli USA sono accanto allo stato ebraico e Mosca assieme agli sciiti di Teheran (Panorama). Per ora tutto si svolge a colpi di spie e piccoli blitz sul campo, di sicuro l’Iran non ci tiene ad essere rimessa all’angolo, e non ha apprezzato le accuse israeliane e le continue minaccie di Trump di cancellare l’accordo sul nucleare firmato da Obama.

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Roberto Alcaro, responsabile di ricerca Istituto affari internazionali (IAI), sull’Huffington Post dice:

Anche se le informazioni riferite da Netanyahu erano già note, non per questo si deve sminuire il grande successo dell’intelligence israeliana. Per merito suo oggi sappiamo molto di più su quello che l’Iran stava facendo fino al 2003. Se Israele avesse passato queste informazioni agli Stati Uniti e gli altri membri dell’accordo, questi ultimi li avrebbero potuti usare per mettere pressione sull’Iran, usando gli strumenti di verifica dell’accordo nucleare per richiedere, e ottenere, ispezioni nei siti indicati nei documenti raccolti. L’accordo nucleare non è perfetto, ma resta di gran lunga il principale strumento di controllo delle attività nucleari dell’Iran.

Ma allora perché Netanyahu ha scelto la strada della denuncia pubblica? Qui veniamo alla critica. Il premier israeliano è contrario all’accordo nucleare perché teme che possa portare a una progressiva reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale. Per Netanyahu, la situazione ideale era quella pre-accordo, quando cioè l’Iran era sotto sanzioni Onu, Ue e Usa e isolato internazionalmente. Ed è a questa situazione che evidentemente vuole tornare.

Ma quali possono essere gli effetti di questa nuova esclusione se avvenisse? Certo l’Iran non resterebbe fermo. Per fortuna, per una volta, l’Europa ha agito con saggezza e nessun paese ha ceduto, rigettando l’idea di fermare il piano di pace e denuclearizzazione che si svolge sotto l’egida dell’Aiea.

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