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Come i 9 cori angelici ci aiutano a unirci a Dio

SERAFIN

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padre Antonio María Cárdenas - pubblicato il 03/05/18

I serafini ci infiammano e ci fanno lodare Dio

Nella sua recente esortazione apostolica Gaudete et exsultate, Papa Francesco ci ricorda la chiamata alla santità, che è rivolta a ciascuno di noi.

In questo itinerario sulla via della santità, ci troviamo di fronte a quei “santi che già sono giunti alla presenza di Dio” e “mantengono con noi legami d’amore e di comunione”.

“Possiamo dire”, prosegue il Papa, “che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio. […] Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta” (Gaudete, n. 4).

Tra questi santi ci sono i Santi Angeli, che già contemplano continuamente il volto di Dio (cfr. Mt 18,10) e sono amici di Dio e nostri.

Ci aiutano a costruire la figura di santità che Dio vuole (cfr. Gaudete, n. 18), ad assumere la missione che ci ha affidato: “riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo” (Gaudete, n.19).

“La santità”, dice il Pontefice “è vivere in unione con Lui i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui. Ma può anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù” (Gaudete, 20).

Proprio in questo senso, la gerarchia angelica, formata da 9 cori diversi, ci aiuta, per quanto possibile, in questa unione e somiglianza con Dio.

I 9 cori angelici vengono ad aiutarci ad assumere questo itinerario appassionante della santità e a riprodurre così nella nostra vita il volto di Gesù.

Il primo coro è quello dei Serafini. Questo coro è stato chiamato da San Girolamo quello degli infiammati, o anche che ardono, che bruciano. Sono angeli di fuoco, e da questo deriva il loro nome (serafino è una parola greca che deriva dall’ebraico e significa “che arde o brucia”).

Questo nome appare solo nel libro del profeta Isaia (6,1-7), in cui si descrive che sopra al tempio si trovavano i Serafini: “ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti…»”.

La descrizione che ci presenta il profeta pone il coro dei Serafini come quello più vicino alla Maestà, al Trono di Dio, e per questo ardono e bruciano. Ardono d’amore e bruciano dell’amore presente sul Trono di Dio.

San Luigi Gonzaga descrive i Serafini dicendo che “sono una specie di falò spirituale, che ardono sempre in divina carità; e non solo sono infiammati, ma comunicano il loro fuoco e la loro luce…”.

Il profeta Isaia, nella visione descritta in precedenza, dice: “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato»” (cfr. Is 6, 7).

La missione di questo coro è purificare il nostro amore e infiammarlo, ravvivarlo con il fuoco dell’amore di Dio.

A volte il nostro amore è tiepido, senza impegno, ma “non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno” (Gaudete, 25).

Questo ostacolo nel nostro cammino verso la santità viene rimosso dal coro dei Serafini, che ci infiamma con forza e diligenza nell’amore per Dio.

Questo fuoco è quello che ci farà cantare e proclamare insieme a loro che Dio è Santo, santo, santo.

Celebrerete con loro questa santità di Dio, che è ciò che caratterizza tutti gli altri attributi divini.

Potrete cantare e proclamare la santità di Dio se vi unirete ai Serafini con forza tale che perfino gli stipiti delle porte vibreranno.

Sia questo un invito a proseguire sulla via che Papa Francesco ci ha ricordato: abbracciare con tutta la nostra forza il cammino della santità proclamando “Santo, santo, Santo è il Signore”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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