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Gino Bartali e Adriana Bani, il matrimonio è una pedalata sulla strada scelta da Dio

GINO BARTALI
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Il 2 maggio Israele conferirà a Bartali la cittadinanza onoraria per il suo contributo alla salvezza di 800 Ebrei dai lager. Salvò tante famiglie e il suo esempio può continuare a salvare le nostre famiglie

«Quel naso triste da italiano allegro» così Paolo Conte mise in musica il ritratto del campione Gino Bartali.
Gli uomini davvero felici, hanno la tristezza nel cuore: non sono tanto i rimpianti, i rimorsi e i dubbi; proprio la tristezza. L’amore vero, quello che ci fa scoppiare in cuore la gioia della gratitudine per tutto ciò che abbiamo, è anche una lente d’ingrandimento sul peccato che ferisce il mondo, quella presenza insopprimibile di male in agguato.
Perciò l’uomo davvero felice non è mai fermo, pedala forte nel caso dell’uomo di cui parliamo.

Il prossimo 2 maggio verrà data a Gino Bartali la cittadinanza onoraria d’Israele per il suo impegno a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale; contribuì alla salvezza di più di 800 ebrei portando, nascoste sotto il sellino o dentro le impugnature del telaio della bicicletta, centinaia di carte da consegnare ad un convento per poter stampare documenti falsi per gli Ebrei; fu una spola instancabile da Firenze ad Assisi per cui è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni già nel 2013.

Due giorni dopo questa cerimonia, cioè il 4 maggio, il Giro d’Italia partirà proprio da Gerusalemme ed è la prima volta che l’inizio della gara avverrà fuori dall’Europa: segno che il mondo dello sport italiano, non solo il ciclismo, ha in Bartali un riferimento fondamentale. Partire da Gerusalemme; partire dalle ferite della storia; partire da un uomo che, grato di ciò che aveva, si sacrificò per aiutare ciò che altri esseri umani potevano tragicamente perdere; partire da tutto questo è per noi -anche nient’affatto sportivi –  uno scatto che dovrebbe lasciarci l’energia di una gara di resistenza. Chi è felice non s’accontenta di una volata.
Possiamo non essere esperti di gare ciclistiche, ma tutti sappiamo qualcosa di Bartali, fosse solo quella foto che immortala lo scambio d’acqua tra lui e Coppi. Istantanea della vita che è una gara in solitaria, ma accanto a qualcun altro.
Quella era la coppia da copertina, che attirava gli sguardi dei tifosi e degl’italiani tutti. Ma la vera altra metà di Gino fu Adriana Bani, sua moglie e, davvero, gregaria di un’intera vita. Anzi, mi sbaglio: prima, durante e per sempre un’altra donna comandò sul cuore del campione toscano:

«Alla Madonna ho promesso che avrei fatto le cose per bene, perché tutto quello che faccio, lo faccio a nome suo. E così lei è stata attenta a non farmi sbagliare» (Intervista a Gino Bartali del 14 maggio 1999, in Paolo Costa Gino Bartali. La vita, le imprese, le polemiche)

Sì, Gino non correva da solo, voleva essere parte di quella compagnia che portava i sandali come lui, dagli Apostoli ai francescani:

«Se mito deve essere, questo nascerà nel segno della fede cattolica. Bartali si racconta come un fedele devoto, che dice le preghiere la sera e la mattina, che lascia tutti i giorni il campo di Peretola (dove è aviere) per incontrare a Firenze gli amici della Gioventù Cattolica, che porta sempre con sé due immagini di Santa Teresa del Bambin Gesù, che, se legge è per conoscere la vita del beato Pier Giorgio Frassati» (Paolo Costa, Ibid).

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