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Tenere in vita Alfie Evans è accanimento terapeutico?

Padre Gabriele Brusco e Alfie Evans
Alfie's Army
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Chi vuole tenere in vita Alfie è oggi contestato da chi sostiene che sia inutile protrarne l'agonia. Ma la vita non è mai "inutile". Vi spieghiamo perché 

Chi oggi si batte per non far morire Alfie Evans sostiene un inutile accanimento terapeutico? Hanno ragione coloro che ripetono: “lasciamolo stare quel bambino, tanto non ha senso tenerlo in vita”?

Aleteia ha chiesto di rispondere a questa domanda a Padre Maurizio Faggioni, autorevole bioeticista dell’Accademia Alfonsiana e membro del Comitato Etico dell’ospedale “Bambin Gesù”, la struttura ospedaliera di Roma che si era offerta di ospitare il piccolo Alfie.

“Non esistono terapie…”

Padre Faggioni premette: «Per le notizie che sappiamo, questo bambino ha una grave malattia degenerativa non diagnosticata con precisione e per la quale non esistono terapie. Ha problemi respiratori, cerebrali, i suoi organi vitali sono compromessi. Francamente non esistono, attualmente, terapie per garantirne la sopravvivenza. Alfie va verso la morte».

Corsa verso la morte

A Liverpool, la città dove è ricoverato, i pediatri dell’ospedale, supportati dalle decisioni dei giudici, «sostengono che la cosa migliore è non proseguire con i sostegni vitali. In questo modo – sottolinea Faggioni – determinano una morte naturale anticipata: accelerano questo processo, senza accompagnare Alfie verso il “trapasso”».

La dignità del “trapasso”

Accompagnare il bambino verso la morte, precisa il bioeticista, non significa «praticare terapie eroiche, ma monitorare i parametri vitali con terapie proporzionate al quadro clinico, utilizzando anche cure palliative che portino Alfie verso la morte naturale. In questo caso, quindi, non si può parlare di accanimento terapeutico!».

Un abisso culturale

Il problema del caso Alfie è culturale.

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