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Thomas Evans licenzia l’esercito di Alfie: noi lo abbiamo liberato, lui ci ha liberati

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Lo scontro politico-diplomatico che nelle scorse settimane aveva coinvolto tribunali, ambasciate, governi e perfino il soglio del Romano Pontefice, si è concluso nel modo più puro e più duro possibile: il piccolo per il quale nell’ultima settimana abbiamo pianto e non abbiamo dormito viene sottratto al nostro sguardo e al nostro interesse sensibile. Le opacità della politica si sbalzano trasfigurate in una vicenda che ci consegna un incarico.

I due piani della vicenda

Proprio oggi, a pranzo, parlavo con una collega di una Tv italiana e notavo come attorno a noi passassero bambini malati (in una clinica pediatrica è ovvio), alcuni dei quali evidentemente menomati nel corpo e nella mente… non meno di tre o quattro praticamente immobilizzati su apposite sedie a rotelle… E discutevamo fra noi: «Non è che ci sia realmente in atto (ora) il programma Aktion T4, altrimenti anche questi ragazzini, ugualmente inabili alla “vita civile” e alle funzioni primarie, sarebbero stati terminati in quanto “futili”». Eppure Hayden ha definito “futile” la vita di Alfie e ha posto esplicitamente nella morte il suo “best interest”… anche nel «nostro assurdo Belpaese» alcuni commentatori hanno sbottato: «Diciamolo chiaramente: questi costano e con quei soldi possiamo curare gente che potrà guarire». Perché queste cose varrebbero per lui e per gli altri no? Bene dicit, insegnano i medievali, qui bene distinguit: ci sono due piani, uno legato alla vicenda particolare e uno a un progetto politico a lungo termine; il primo è stato asservito al secondo, ma doveva sussistere dapprima un’eterogeneità delle cause.

In poche parole: alla base del caso di Alfie Evans doveva esserci una questione accidentale, come facilmente sarà stata quella della diagnosi sbagliata, ovvero della non-diagnosi. 16 miliardi di sterline (quanto vale la macchina ospedaliera dell’Alder Hey) non possono essere buttati alle ortiche per lo scandalo sorto da un ragazzino malato (di non-si-sa-bene-cosa): pazienza per il ragazzino, si saranno detti, tanto “deve comunque morire”. Ma le parole di Caifa sono l’epigono più eccellente di un discorso tanto cinico (che pure deve esserci stato), e sono senza dubbio inaccettabili ad ogni livello della vita sociale: per questo è tornato utile il frasario del “piano superiore”, cioè il lento ma costante progetto di reificazione delle persone che a macchia di leopardo (e d’olio!) viene pazientemente portato avanti.

Ne è seguita un’interminabile battaglia legale, fatta di evidente sproporzione tra un sistema in buona parte corrotto e colluso e una modesta e semplice famiglia della middle class inglese: per difendersi la famiglia, prima e vera società naturale dell’esistenza umana, ha fatto ricorso a una famiglia di famiglie, a reti di amici che la facessero emergere dal silenzio in cui sarebbe infallibilmente affogata. Ciò ha portato a un’escalation inusitata in fondo alla quale un banale caso di mediocrità, corruzione e sopruso è assurto a caso diplomatico, politico e giuridico internazionale. A un certo punto la famigliola della middle class inglese s’è ritrovata supportata dai più grandi poteri morali e politici del pianeta (eccetto il proprio); l’ospedale, insieme col giudice, s’è trovato esposto al pubblico ludibrio e alla condanna universale. Si è generato uno “stallo alla messicana”: due avversari in un rapporto di forza indecidibile nel quale muoversi per andare incontro all’altro significa quasi necessariamente offrirsi a un colpo letale.

Eppure, insegna Brad Pitt in Inglorious Bastards: «Senza fiducia non c’è patto». Per uscire dallo stallo alla messicana occorre accettare di perdere alcune sicurezze, e così muovere verso una posizione accettabile per tutti, e per ciascuno preferibile rispetto allo stallo stesso. Così il bambino “futile”, evidente “problema” per i genitori da morto ammazzato, è diventato in questi ultimi giorni di sua ostinata sopravvivenza un gigantesco problema per l’ospedale – e a questo punto è difficile dire se fosse problema maggiore in prospettiva di sopravvivenza o di morte.

Questo Thomas ha avuto il coraggio di fare: pagare un prezzo altissimo per una posta immensa. L’ospedale da parte sua deve aver segretamente capitolato, ma a patto di salvare la faccia.

Un secondo caso Gard?

Già in diversi mi hanno scritto chiedendomi se non vedessi in questo “last statement” una replica della (presunta) capitolazione dei coniugi Gard, non più antica di un anno: a parte che non ho mai accettato di leggere la “resa” dei Gard davanti alla ricostituita alleanza terapeutica (e coi medici del Bambino Gesù!) a mo’ di una “capitolazione” (altro è poi discutere della morte procurata, ma i due difettavano forse di risorse spirituali particolari, non di reali convinzioni morali); in realtà ci sono alcune considerazioni sostanziali che rivelano le due situazioni per irriducibili l’una all’altra. Sostanzialmente però esse si riducono ad una: il garante dell’affidabilità del patto è per “noi” (che oggettivamente abbiamo parteggiato per Alfie e per la sua famiglia) proprio lo stesso Thomas, che mai ha cessato di difendere con franchezza cavalleresca il vero best interest, che era Alfie stesso. Io l’ho visto scherzare con il neonato di un amico conosciuto lì in ospedale, in una pausa del meeting, e lo dico con fermissima certezza: non stava stabilendo i dettagli della cessione del figlio, ma si preparava all’oneroso esborso necessario a salvarlo. Ossia svuotarsi della maestosa dignità di padre che le cronache degli ultimi mesi gli avevano conferito, e grazie alla quale era divenuto il luogotenente del figlio nell’Alfie’s Army.

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