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Ci si può far togliere un sacramento?

SACERDOTE BENEDIZIONE ORDINAZIONE

Aleteia/Jeff Bruno

don Cedric Burgun - pubblicato il 23/04/18

Se la domanda sembra brutale, o magari impropria, dobbiamo pure registrare che molti se la pongono, e qualche volta anche l’attualità dà una mano.

Quando la Chiesa celebra un sacramento essa considera, con l’autorità che ha ricevuto da Cristo, che la grazia di Dio è data in una forma di obiettività (poi sta a noi l’accogliere e far fruttificare questa grazia, beninteso). Eppure, se si pone la questione della nostra infedeltà a tale grazia ricevuta, possiamo pure interrogarci sulla recessione “oggettiva” della grazia sulla base della medesima autorità della Chiesa: è possibile? In altri termini, la Chiesa dà la grazia per mezzo dei sacramenti; può ritrarla? E come lo farebbe?

Prendiamo due esempi sintomatici di tali questioni (anche se varrebbe la pena di soffermarsi anche sul battesimo): il matrimonio e il sacramento dell’Ordine.

Il matrimonio in causa

Il sacramento del matrimonio è senza dubbio il più sintomatico di tali questioni, ancora di più in questi ultimi tempi, in cui s’è potuto osservare che la vocazione coniugale e famigliare è particolarmente in crisi: se la famiglia resta la cellula base della società, non si può che constatare che essa attraversa una profonda crisi culturale. Ma una delle proprietà del sacramento del matrimonio è che l’alleanza conclusa tra un uomo e una donna è un legame che non può essere sciolto da loro e che perdura finché la morte non li separi. Ogni matrimonio implica questa perennità, e la sua indissolubilità significa che il matrimonio non può essere sciolto dalla sola volontà dei coniugi, neanche quand’anche decidessero di comune accordo di rompere il legame coniugale. Il nesso del sacramento del matrimonio non appartiene più a loro, per così dire: è di Dio solo.

Se la fedeltà è un attributo degli sposi stessi (ogni coniuge è fedele), l’indissolubilità è un attributo del vincolo che li unisce: è il matrimonio a essere indissolubile e questo non dipende più dalla volontà degli sposi. Altrimenti detto, anche se uno degli sposi è infedele (oppure entrambi), il vincolo che li unisce permane, sigillato nel sacramento: agli occhi di Dio non dovrebbe essere mai rotto dagli sposi. Dire che l’indissolubilità è un attributo del vincolo significa che, anche se la comunità di vita e di amore della coppia fosse portata a sparire mediante una separazione o un divorzio civile, il vincolo sacramentale resterebbe, perché viene da Dio e perché in Dio è stato suggellato.

Eppure la questione delle nullità matrimoniali resta sovente mal compresa, oppure presentata in maniera caricaturale, come se fosse un divorzio cattolico. Capita quindi frequentemente di sentir parlare di “annullamento del matrimonio”, come se si potesse annullare il sacramento ricevuto – e ciò genera confusione. Ma torniamo a dirlo chiaramente: nella Chiesa non c’è annullamento, bensì “riconoscimento di invalidità o di nullità di matrimonio”. Sì, la Chiesa prende sul serio l’uomo e la donna nella loro capacità di impegnarsi: erano capaci di porre un atto sufficientemente maturo e libero perché il loro mutuo consenso fosse non solo sincero, ma vero?

Quando i giudici ecclesiastici si pongono tale domanda nei fori competenti, lo fanno con la preoccupazione di accompagnare le persone a gettare luce su ciò che hanno vissuto. Non si “annulla” mai un sacramento a posteriori; si riconosce che era mai esistito, di fatto; ed è tutta un’altra cosa. Tale “procedura” mira quindi a dichiarare se un matrimonio poteva essere celebrato o no. E la Chiesa dichiara se un matrimonio è valido non anzitutto agli occhi degli uomini, ma a quelli di Dio. Il tale atto sacramentale era vero e debitamente posto? Il tale matrimonio era valido?

Chi può interrogare la capacità di impegnarsi, rileggere la storia di una coppia e cercare di discernere con lei cosa era sincero e cosa vero, se non l’autorità della Chiesa, in quanto le viene conferita da Cristo? Eppure la Chiesa non ha che l’autorità di riconoscere l’invalidità di un matrimonio. Essa può anche autorizzare gli sposi a non vivere più insieme quando la vita comune, per ragioni gravi, diventa impossibile: ciò viene chiamato “separazione dei corpi”, e vi permane il vincolo coniugale, così pure come l’obbligo reciproco alla fedeltà verso il coniuge separato. Si può considerare questo un modo di divincolarsi dal sacramento? Nient’affatto: l’obbligo alla fedeltà rimane.

E il sacerdozio?

Per quanto riguarda il sacerdozio (come pure la vita consacrata, con la quale ci sarebbero delle analogie da fare), la questione non si pone allo stesso modo, e questo la rende ancora più interessante: che cosa fa la Chiesa quando “solleva” dal sacramento dell’Ordine? Come per il matrimonio anche il sacramento dell’ordine… quando è dato è dato. Se anche qui può darsi una procedura di riconoscimento dell’invalidità di un’ordinazione, la questione è meno frequente e più complessa, non mi ci soffermo in questa sede.

La chiamata di Dio precede la consacrazione e l’ordinazione. Ma questo appello passa attraverso la mediazione della Chiesa, istituzionalizzata (fra l’altro) nella persona del Vescovo ordinante. Così essere ordinati (e anche consacrati/e in un istituto) non è semplicemente impegnarsi nella tale o talaltra cosa, ma significa – come spiegava il gesuita Albert Chapelle – affidare la propria fedeltà e il proprio impegno a codesta mediazione, proprio come nel matrimonio: il mio impegno non mi appartiene più, è deposto nelle mani della Chiesa e della sua autorità. Così «costui rimette ai superiori, nelle cui mani egli (s’impegna), la cura e la preoccupazione di determinare la propria fedeltà e di iscrivervi la necessaria misericordia di Dio». Altrimenti detto, il sacramento dell’ordine come la vita consacrata sono sempre perpetui, perché colui che si impegna «ha rinunciato per sempre al proprio discernimento personale più intimo».

Nel sacramento dell’ordine la questione non è dunque tanto di sapere se ci si può sollevare da questo sacramento – no, perché viene dato una volta per tutte –, ma chi solleva chi e da cosa: da quali obblighi del sacramento l’ordinato può essere sciolto? E non dal sacramento in sé… E su questo punto val la pena di ribadire una banalità: nessuno può sciogliersi da sé da un sacramento. E in maniera analogica, si potrebbe dire, è un bene che gli sposi si rivolgano di comune accordo verso l’autorità della Chiesa che li autorizza a non proseguire la vita comune – una delle obbligazioni del sacramento – ma non li svincola dal sacramento stesso, come abbiamo spiegato prima.

Ma resta una questione portante: dove permane la fedeltà, nel caso che stiamo considerando? La prima delle fedeltà non è quella dell’uomo, ma quella di Dio stesso, che s’impegna con la propria grazia. Ponendo un atto di misericordia che dice dell’obbligazione legata a un sacramento, la Chiesa non pone un atto di infedeltà; essa non “annulla” il sacramento nel senso che cancellerebbe l’impegno preso in precedenza. Al contrario, essa pone un altro atto di fedeltà, come un surplus di fedeltà: quella della misericordia di Dio! Sollevare da alcune obbligazioni di un sacramento può rivelarsi, in taluni casi, «una necessità e finanche un bene, a condizione di percepire tale bene come un gesto di bontà e di misericordia».

Certo, di primo acchito ciò può sembrare paradossale, ma bisogna ritenere che la prima delle fedeltà è di fatto quella con cui ci si rimette all’autorità della Chiesa e la rinuncia al proprio giudizio, perché la propria libertà è stata irrevocabilmente deposta nelle mani della Chiesa, che ha ricevuto l’impegno (notate che si può dire la stessa cosa del matrimonio…). Ecco perché la questione della “ricezione” di un impegno da parte dell’autorità sarà sempre una questione essenziale, perché tale ricezione preserva dall’arbitrio, dal proprio giudizio personale, in vista di una maggiore obiettività: che si tratti del proprio impegno come della necessaria richiesta di misericordia in caso di difficoltà importanti.

Non ignoro il fatto che l’analogia col matrimonio ha i suoi limiti: infatti un prete sciolto dalla promessa di celibato, legata al sacramento dell’ordine, può ricevere l’autorizzazione a sposarsi, mentre degli sposi sollevati dall’obbligazione alla vita comune non possono legarsi ad altra persona. Ma questo riguarda la differenza di natura tra le due obbligazioni: nel matrimonio, la vita coniugale con un’altra persona è contraria per essenza alle obbligazioni del matrimonio; mentre il matrimonio non è antonimico al sacramento dell’ordine, anche se nella sua prassi la Chiesa latina non permette il sacerdozio uxorato. E quindi un prete che “si spreta”, come si suol dire, non lo fa! Egli viene “soltanto” dispensato dalle obbligazioni del suo ministero – delle quali può far parte il celibato – e gli viene impedito di porre gli atti propri del ministero sacerdotale.

Un atto della misericordia di Dio mediante la misericordia della Chiesa

Dispensare da certe obbligazioni di un sacramento è cosa che si radica nell’autorità della Chiesa, capace di tradurre la misericordia di Dio in un atto di autorità come la “dispensa” da talune obbligazioni; e questo analogicamente al suo potere sacramentale, che conferisce una grazia o che accorda il perdono. In ogni impegno, in ogni sacramento, è nella fedeltà della Chiesa al Signore che ci si impegna e che si pone la propria fedeltà. Se da principio è la propria libertà personale che si impegna, è vero pure che si chiede alla Chiesa di corroborarla col suo impegno.

E amo molto questa conclusione del padre Chapelle: grazie alla sua autorità, la Chiesa può quindi aprire un altro cammino di fedeltà.

È quindi con verità che si crede e si dice che, quando la Chiesa solleva qualcuno [dal proprio impegno], essa pone un atto di grazia che
  1. offre a colui che essa scioglie una nuova fedeltà:a condizione che percepisca che questo gesto è atto di misericordia e quindi viene dato e umilmente ricevuto, al contempo, come perdono;
  2. a condizione anche di penetrare più profondamente nel Cuore di Cristo, fonte di ogni misericordiosa fedeltà;

vale a dire che sarà bene tener conto del prezzo del Corpo dato e del Sangue versato.

E poi c’è senza dubbio ancora tanta strada da percorrere, perché l’umiltà di chi vuole essere sollevato, come anche la misura della vita di Cristo consegnato per il peccatore, sono per ciascuno di noi come la chiave di volta della comprensione della misericordia della Chiesa.


  1. Prendo in prestito questa domanda al padre Albert Chapelle, che ne aveva scritto un articolo (« Que fait l’Église quand elle délie les vœux ? », in Vie Consacrée, n°45, 1973, pp.349-350) e mi ispiro qui al suo articolo, per fare l’analogia del suo ragionamento con il sacramento dell’ordine.
  2. CHAPELLE (Albert), « Que fait l’Église … », art. cit., p.349.
  3. Ibidem.
  4. Ibidem.
  5. CHAPELLE (Albert), « Que fait l’Église … », art. cit., p.350.
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