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Suor Erika: cercavo il principe azzurro e Dio mi ha abbracciata. La favola a lieto fine è la mia vocazione

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Neonow | CC BY 2.0

Missionarie di San Carlo - pubblicato il 19/04/18

Nel cuore della Ciociaria una giovane ragazza scopre che la sua inquietudine è la premessa per ascoltare il disegno di felicità piena che Dio ha in serbo per lei

Sabato 25 marzo, a Roma, presso la parrocchia della Madonna del Rosario, suor Erika Bracaglia delle Missionarie di san Carlo ha emesso i voti definitivi nelle mani della superiora suor Rachele Paiusco. Nella stessa celebrazione si è festeggiato il 10° anniversario del riconoscimento ecclesiale delle Missionarie. Pubblichiamo la sua storia.

Da bambina sognavo anch’io, come Cenerentola, di incontrare un principe azzurro e di vivere in un castello: volevo diventare una principessa buona, che tutti avrebbero amato. Desideravo essere felice. Oggi posso dire di vivere una vita piena di gioia e vorrei raccontare il cammino che mi ha condotta fino a qui.
Sono cresciuta a Frosinone, città nel cuore della Ciociaria, dove ho trascorso la mia infanzia e la gioventù, dove la mia vita è stata segnata da un incontro fondamentale. Sono grata ai miei genitori per il dono della vita, per avermi educata alla fede cristiana. Mio padre è un uomo generoso, sempre pronto a soddisfare qualsiasi necessità della famiglia; da lui, ho imparato la precisione, l’ordine, l’attenzione alle persone e alle cose, le buone maniere. Mia madre è una donna affettuosa, che mi ha insegnato la devozione a Dio e il rispetto delle persone. Grazie a lei, non ho abbandonato completamente la Chiesa nei momenti di inquietudine in cui avrei voluto farlo. Da lei ho imparato a cucinare tanti piatti tipici della terra ciociara di cui vado fiera!

Ho frequentato l’istituto Tecnico Commerciale e poi mi sono iscritta alla facoltà di Economia e Commercio dell’università di Cassino. Per sostenere le spese, lavoravo in una concessionaria d’auto dove mi occupavo un po’ di tutto. Apparentemente, non mi mancava nulla: avevo un lavoro, un fidanzato, gli amici con cui uscivo il fine settimana; ogni tanto davo qualche esame. Continuavo ad andare a messa di domenica, ma soltanto perché dovevo e per non dare dispiacere a mia mamma. Quando potevo, trovavo una scusa per non andare. Le mie giornate erano piene di cose belle da fare; eppure, di sera, tornavo a casa con un senso di insoddisfazione e di noia. Avevo tutto ma non sapevo chi ero e che cosa volevo veramente. Ero una ragazza fragile, che difficilmente prendeva delle decisioni senza seguire le scelte altrui, per timore di ricevere critiche.


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Nel 2004, la Fraternità san Carlo aprì una casa di sacerdoti nella mia parrocchia e mia sorella Katia mi presentò don Mario Follega, con il quale iniziai un bel rapporto di amicizia. Ogni domenica, dopo la messa di mezzogiorno, andavo a salutarlo in sacrestia. Ogni volta lui mi accoglieva con questa domanda: «Come stai?». All’inizio me la cavavo con un fugace «Bene, grazie»: mi ero abituata a considerarla una domanda retorica. Con il tempo, però, scoprii che quelle parole erano tutt’altro che banali. Don Mario era veramente interessato a sapere come stavo conducendo la mia vita. La sua domanda richiedeva una risposta leale da parte mia: così iniziai a guardare a me stessa e non più solo a quello che facevano gli altri. Qui è cominciato il mio cambiamento.

Ricordo in particolare una domenica sera del marzo 2005: ero in ufficio e qualcosa mi turbava. Ad un tratto scoppiai a piangere e fuggii da quel posto tanto familiare che in quel momento sentivo opprimente. Andai a messa nella chiesa del Sacro Cuore e mi confessai. Il sacerdote mi propose di vederci il giorno successivo ma io avevo bisogno di parlare in quel momento. Feci un giro in macchina senza meta, per le vie della città, e mi ritrovai davanti alla parrocchia di don Mario. Erano le otto di sera, c’era ancora gente che usciva dalla chiesa, entrai e mi misi seduta negli ultimi banchi. Don Mario mi vide e si avvicinò: gli raccontai il mio disagio.
Da allora, i molti dialoghi avuti con lui e la partecipazione alla Scuola di Comunità mi hanno aiutato a guardarmi dentro, fino alla decisione più importante, dare la vita al Signore. Non mi sono mai sentita così sicura di avere fatto la scelta giusta!

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