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Suor Erika: cercavo il principe azzurro e Dio mi ha abbracciata. La favola a lieto fine è la mia vocazione

RAGAZZA, PREGARE, CHIESA
Shutterstock
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Nel cuore della Ciociaria una giovane ragazza scopre che la sua inquietudine è la premessa per ascoltare il disegno di felicità piena che Dio ha in serbo per lei

Sabato 25 marzo, a Roma, presso la parrocchia della Madonna del Rosario, suor Erika Bracaglia delle Missionarie di san Carlo ha emesso i voti definitivi nelle mani della superiora suor Rachele Paiusco. Nella stessa celebrazione si è festeggiato il 10° anniversario del riconoscimento ecclesiale delle Missionarie. Pubblichiamo la sua storia.

Da bambina sognavo anch’io, come Cenerentola, di incontrare un principe azzurro e di vivere in un castello: volevo diventare una principessa buona, che tutti avrebbero amato. Desideravo essere felice. Oggi posso dire di vivere una vita piena di gioia e vorrei raccontare il cammino che mi ha condotta fino a qui.
Sono cresciuta a Frosinone, città nel cuore della Ciociaria, dove ho trascorso la mia infanzia e la gioventù, dove la mia vita è stata segnata da un incontro fondamentale. Sono grata ai miei genitori per il dono della vita, per avermi educata alla fede cristiana. Mio padre è un uomo generoso, sempre pronto a soddisfare qualsiasi necessità della famiglia; da lui, ho imparato la precisione, l’ordine, l’attenzione alle persone e alle cose, le buone maniere. Mia madre è una donna affettuosa, che mi ha insegnato la devozione a Dio e il rispetto delle persone. Grazie a lei, non ho abbandonato completamente la Chiesa nei momenti di inquietudine in cui avrei voluto farlo. Da lei ho imparato a cucinare tanti piatti tipici della terra ciociara di cui vado fiera!

Ho frequentato l’istituto Tecnico Commerciale e poi mi sono iscritta alla facoltà di Economia e Commercio dell’università di Cassino. Per sostenere le spese, lavoravo in una concessionaria d’auto dove mi occupavo un po’ di tutto. Apparentemente, non mi mancava nulla: avevo un lavoro, un fidanzato, gli amici con cui uscivo il fine settimana; ogni tanto davo qualche esame. Continuavo ad andare a messa di domenica, ma soltanto perché dovevo e per non dare dispiacere a mia mamma. Quando potevo, trovavo una scusa per non andare. Le mie giornate erano piene di cose belle da fare; eppure, di sera, tornavo a casa con un senso di insoddisfazione e di noia. Avevo tutto ma non sapevo chi ero e che cosa volevo veramente. Ero una ragazza fragile, che difficilmente prendeva delle decisioni senza seguire le scelte altrui, per timore di ricevere critiche.

Nel 2004, la Fraternità san Carlo aprì una casa di sacerdoti nella mia parrocchia e mia sorella Katia mi presentò don Mario Follega, con il quale iniziai un bel rapporto di amicizia. Ogni domenica, dopo la messa di mezzogiorno, andavo a salutarlo in sacrestia. Ogni volta lui mi accoglieva con questa domanda: «Come stai?». All’inizio me la cavavo con un fugace «Bene, grazie»: mi ero abituata a considerarla una domanda retorica. Con il tempo, però, scoprii che quelle parole erano tutt’altro che banali. Don Mario era veramente interessato a sapere come stavo conducendo la mia vita. La sua domanda richiedeva una risposta leale da parte mia: così iniziai a guardare a me stessa e non più solo a quello che facevano gli altri. Qui è cominciato il mio cambiamento.

Ricordo in particolare una domenica sera del marzo 2005: ero in ufficio e qualcosa mi turbava. Ad un tratto scoppiai a piangere e fuggii da quel posto tanto familiare che in quel momento sentivo opprimente. Andai a messa nella chiesa del Sacro Cuore e mi confessai. Il sacerdote mi propose di vederci il giorno successivo ma io avevo bisogno di parlare in quel momento. Feci un giro in macchina senza meta, per le vie della città, e mi ritrovai davanti alla parrocchia di don Mario. Erano le otto di sera, c’era ancora gente che usciva dalla chiesa, entrai e mi misi seduta negli ultimi banchi. Don Mario mi vide e si avvicinò: gli raccontai il mio disagio.
Da allora, i molti dialoghi avuti con lui e la partecipazione alla Scuola di Comunità mi hanno aiutato a guardarmi dentro, fino alla decisione più importante, dare la vita al Signore. Non mi sono mai sentita così sicura di avere fatto la scelta giusta!

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