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O la Prima Comunione o lo smartphone, la coraggiosa richiesta di un parroco

COMMUNION
Wideonet - Shutterstock
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Don Giordano Goccini in un incontro con i genitori dei bambini che si preparano a ricevere il Sacramento dell’Eucarestia ha azzardato questo aut-aut

Il fatto è stato riportato ed esasperato (lo racconta lo stesso Don sul suo profilo Facebook) qualche giorno fa da diversi giornali, locali e nazionali (su Tgcmo24, ad esempio). Dice che va bene così, se aiuta tanti a riflettere. Ha ragione, facciamolo anche noi

Il sacerdote di Novellara, tredicimila abitanti in provincia di Reggio Emilia, avrebbe parlato con i genitori dei bambini in preparazione al Sacramento dell’importanza di una svolta educativa. Non tutto si esaurisce senza dubbio nel no a telefono o tablet. Sui alcuni giornali  cool l’argomento viene trattato con la bonaria sufficienza che si riserva a chi, suo malgrado, è rimasto un po’ fuori dal mondo.

La testata Wired ad esempio per spiegare la sortita del parroco reggiano prende dalla cassetta delle “chiavi di lettura” la più adatta, quella universale. Il problema non sta nello strumento, peccato che questo parroco un po’ retrò ci sia cascato di nuovo. Poco dopo però compare il dubbio: non l’ha ordinato il dottore di avere uno smartphone a 8 o 9 anni (certo, il dottore, unica autorità alla quale ci si possa appellare senza essere presi in giro). Ma è davvero così? A seguire, sempre in quell’articolo, si riconosce come punto di merito un pensiero del sacerdote che invece potrebbe essere un timore eccessivo, il solito che affligge noi genitori di oggi: quello di sottoporre i nostri figli a frustrazioni eccessive.

«“I figli dei pochi genitori che sul cellulare decidono di tener duro rischiano di provare una reale sofferenza: se non fanno parte di un gruppo WhatsApp rischiano di essere davvero esclusi. Si tratta di un discorso discriminatorio“. Insomma, ben vengano i sacerdoti che si pongono domande simili.» (vedi Wired, 10 aprile 2018)

Poco prima invece aveva detto qualcos’altro, ovvero il cuore della questione:

« “Noi adulti non ci rendiamo conto della mancanza di educazione che c’è – ha spiegato ancora don Goccini, stavolta cogliendo il punto – dobbiamo insegnare ai ragazzi il senso del limite. Lo smartphone è proprio la tentazione di essere illimitati, di poter comunicare con tutti”» (Ibidem)

Ma siccome riesce difficilissimo anche a noi adulti darci dei limiti nell’uso di smartphone e simili allora forse, dico, ci prende come la tentazione di trattare la possibile rinuncia, l’astinenza da social e compagnia, come il retaggio di un costume superato, come una cosa che era ritenuta una virtù e invece è solo sciocca repressione. Quasi come si faceva con la castità, se mi passate l’ardito paragone. Nessuno può restare vergine troppo a lungo, pena lo stigma e l’esclusione sociale. Pena il sentirsi o forse proprio l’essere irrimediabilmente diversi e peggiori.

Per quanto riguardava la castità – ora non ce n’è più tanto bisogno- si accampavano argomenti pseudo-igienici: fa malissimo non soddisfare l’appetito sessuale, mentre invece non si tratta di un bisogno primario da soddisfare come la sete, pena il deperimento e la morte. Ora riguardo il buffet aperto H24 della connessione wifi, della condivisione di contenuti, dell’accumulo di contatti, delle chat tematiche, della diffusione spesso incontrollata di foto e video, si dice che basterebbe sporcarsi le mani con i ragazzi, entrare anche noi nell’ambiente e dare loro gli strumenti. Ma, come forse ricorda don Giordano, siccome abbiamo tutti degli enormi limiti, uno su tutti, la risorsa tempo, non possiamo sottrarre ai nostri figli spazi, luoghi e occasioni per i bisogni più importanti e le esperienze che da sempre hanno formato i bambini (il motto mutatis mutandis vale ma fino ad un certo punto. Se il gioco del cerchio può essere accantonato non così il camminare, il correre, il muoversi in modo coordinato e all’aria aperta, magari nascondendosi o cercando di salire su un albero) a scapito di un’esperienza online.

Degli effetti di una continua o eccessiva esposizione sappiamo ancora poco, o in pochi ne sanno abbastanza.

Senza assumere pose da vecchi sconsolati sulle sorti di una gioventù guastata (e da chi, poi?) occorre però riprendere di sicuro in mano la situazione.

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