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Ci sono bambini che nessuno vuole, ma la casa di Chiara è aperta a tutti

BAMBINI, PANCHINA, ATTESA

Piron Guillaume | Unsplash

Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 18/04/18

Dopo un anno e mezzo gli è stata diagnostica una sordità profonda: questo è stato un momento decisivo per me, ho scelto di mettere da parte il mio lavoro. Molti mi chiedevano se ero sicura di voler lasciare la mia carriera, ma io non ho avuto dubbi sul fatto che il mio compito era stare con lui.




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Nonostante questo grande impegno la disponibilità all’accoglienza non è venuta meno?

Abbiamo sempre lasciato il cuore aperto. Quattro anni dopo, nel 2000, è arrivato in casa nostra il terzo bambino, tra tutti lui è quello che ha fatto più fatica a fare i conti con il suo passato e tuttora lo aiutiamo nel gestire questa sua irrequietezza. È brutto da dire, però dopo di lui ci siamo fermati con le adozioni internazionali; eppure rimaneva questa disponibilità dentro. Tempo dopo, in modo quasi casuale, durante un incontro a Milano ho saputo di alcuni casi denominati «disperati», cioè adozioni difficili: c’era un bimbo italiano, non vedente, e nell’ascoltare questa storia ho intuito che potesse essere una possibilità per la nostra famiglia.
Mio marito mi ha assecondata, avevamo entrambi la certezza che nessuno ci avrebbe preso in considerazione come genitori adottivi, vista la nostra situazione già complessa. Invece, a due mesi dalla domanda, questo quarto figlio era a casa nostra. Il suo limite così evidente, l’impossibilità di vedere, mi ha fatto fare i conti con tutti i miei limiti, quelli che io faccio finta di non vedere, e quindi anche la sua presenza è stata un bene per noi.

Come sono i rapporti tra i vostri figli?

C’è una cosa che tengo a dire: non siamo stati solo io e mio marito a imbarcarci in questa storia, tutte le nostre famiglie ci hanno aiutato e questo ha fatto sì che i rapporti diventassero davvero familiari. I nostri figli si sono sempre sentiti fratelli; tra loro instaurano le dinamiche di conflitti e alleanze che esistono ovunque. Però li lega un’esperienza in più: vedendo arrivare ciascuno dei fratelli, ognuno ha rivissuto la propria storia. Non si ricordano della loro infanzia, ma sanno come è avvenuta vedendola negli altri. Da posti diversi sono arrivati in questa casa.




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La storia però non finisce qui, perché è arrivata una quinta bambina …

Sì, il cuore aperto all’accoglienza si è ridestato quando abbiamo traslocato; avevamo una casa più grande e la vedevano come un segno. Con Adriano ci dicevamo: «Nessuno ci darà mai nessun altro bambino, però ci sono bambini che nessuno vuole».

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adozionedisabilifamiglia
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