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Negare le passioni e reprimere le pulsioni non porta a Dio

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Fabrice CATERINI-INEDIZ I CIRIC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 16/04/18

Smettiamo di associare la santità allo spirito e il peccato alla carne. “Questo mondo è un luogo sacro e non lo sapevamo”

Spirito e carne si uniscono in Gesù. Il mio corpo nel suo corpo. Resusciterò con il mio corpo mortale, che sarà glorioso. Vincerò la morte che porto sulla terra. Tornerò alla vita eterna con le mie ferite incise, con l’eco della mia storia personale.

Nel film Paolo di Tarso si mostra quando Paolo arriva in cielo e incontra quelli che in un momento della sua vita, quando non aveva ancora conosciuto Gesù, ha perseguitato e ucciso. È un’immagine commovente.

Durante la sua vita terrena quella ferita della sua vita passata gli avrà fatto male nel profondo. Quante persone aveva fatto uccidere? Quei volti, quel sangue versato, lo avrebbero perseguitato durante molte notti insonni.

Quando arriva in cielo, però, gli si avvicinano e lo abbracciano. Lo perdonano. In cielo sarà così.

A volte soffro tanto per i miei errori passati. Ci ritorno su nelle notti di insonnia. Forse penso che siano gli altri a non perdonarmi, ma non è vero. Sono io che non mi perdono.

A volte penso che essere fedeli significhi fare tutto bene. Dire le parole opportune. Custodire il silenzio corretto. Avere i gesti adeguati. Mostrare il sorriso che consola. Dare l’abbraccio che placa le ansie.

E poi io stesso nella mia goffaggine ferisco e danneggio. E uccido credendo perfino che sia Dio a chiedermelo, come Paolo di Tarso.

Sbaglio e custodisco nel cuore le ferite dei miei atti sfortunati. Nella vita eterna mi aspetta un amore che mi ama per sempre. Un amore che mi perdona e mi dice che non succede nulla.

E allora vedrò i volti che ho disprezzato. Che ho perseguitato. Che ho ferito. Mi staranno ad aspettare per abbracciarmi. Le mie ferite piene di luce. I miei errori pieni d’amore.

È vero, non consiste nel fare tutto bene, ma nel sentire che devo chiedere perdono di continuo. E inginocchiarmi supplicando misericordia. Mi piace implorare la misericordia. Così potrò essere misericordia per altri.

Gesù mangia con i suoi discepoli. Mangia, ha fame, è umano. Gesù è totalmente presente. Nel suo spirito e nella sua carne. È presente tra i suoi. È lì al loro fianco nel momento presente.

A volte credo che la pienezza della mia vita spirituale arriverà quando riuscirò a prescindere dal mio corpo e a uccidere ogni sentimento umano. Così, in atteggiamento contemplativo, non sentire, non pensare, non soffrire.

Ma Gesù mangia. Ha fame. È risorto e ha un corpo.

A volte credo che prescindere dal mio corpo e dalle mie necessità sia la vita per essere più vicino a Dio. Separo. Divido. Rompo. Voglio allontanare da me l’aspetto più umano.

Gesù ha assunto la mia carne. Si è fatto carne. Non è stato un fantasma. Non era solo spirito. Questo mi commuove. Ha bisogno di mangiare. Si lascia toccare e tocca. Abbraccia. Ha restituito alla mia carne una dignità perduta.

Non so perché associo incosciamente la santità allo spirito e il peccato alla carne. Come due poli opposti tra i quali si dibatte la mia lotta per fare il volere di Dio. Poli irriconciliabili. Mi sbaglio.

“La separazione tra natura e grazia, corpo e spirito, ragione e sentimenti, è sempre una forma di abiurare dall’incarnazione” [1].

Non posso lasciare indietro la mia carne. Dio mi salva dalla mia umanità, dalla mia vita, anche se a volte mi pesa e penso che nello spirito sarò più leggero, più etereo.

Cerco di negare le mie passioni, di nascondere i miei istinti, di mettere a tacere le mie pulsioni. Come volendo rinunciare al corpo in quanto carcere che mi impedisce di essere santo.

E Gesù viene a chiedermi di mangiare. Viene a dirmi che nulla di ciò che è umano gli è estraneo. Che mi ama integralmente e mi chiama ad essere felice dalla mia carne mortale che sogna di essere eterna.

Diceva San Cirillo: “Perché come il ferro unito al fuoco produce gli effetti del fuoco, così la carne, una volta unita al Verbo che dà vita a tutte le cose, diventa vivificatrice ed espelle la morte”.

Il fuoco dello Spirito è chiamato a vivificare la mia carne. Dio vuole abbracciarmi e portarmi a vivere accanto a lui. Ma con i piedi per terra e il cuore ancorato al più profondo di Dio.

Teilhard de Chardin ha cercato di riconciliare la fede nel cielo e l’amore appassionato per la terra: “Il mondo, questo mondo tangibile che trattiamo con l’indifferenza e la mancanza di rispetto con cui tratteremmo un luogo profano, questo mondo è un luogo sacro, e non lo sapevamo” [2].

Non voglio vivere disincarnato. Fuggendo dalla mia terra. Temendo il mondo e la mia carne. Gesù mi ama nella mia contingenza umana. Nella mia fragilità. Nella mia necessità. Nei miei limiti e nelle mie passioni. Nelle mie cadute e nei miei atti sublimi.

Viene da me. Non per salvarmi senza corpo, ma per abbracciarmi nella mia carne e nella mia fragilità umana.

[1] Giovanni Cucci SJ, La forza della debolezza
[2] Christian Feldmann, Ribelle di Dio

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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