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Italo, 82 anni e vedovo si laurea in filosofia: «Dovevo capire dove fosse finita l’anima della mia Angela»

ITALO SPINELLI

Facebook I Università degli Studi di Macerata

Lucandrea Massaro - Aleteia Italia - pubblicato il 13/04/18

Una tesi su Tommaso Moro e una nuova consapevolezza per la sua vita da credente

«Mia moglie Angela è morta nel luglio 2014, dopo 52 anni di vita passati insieme. I primi giorni sono stati terribili, ero devastato. Avevo bisogno di risposte, e di trovare un modo per andare avanti. Che cosa ci aspetta dopo la morte?». Con questa struggente preoccupazione Italo Spinelli, una vita in fabbrica nel modenese, si è avvicinato allo studio della filosofia. Non uno studio solitario o personale, ma con l’iscrizione all’università di Macerata, scelta per la possibilità di seguire i corsi online e non avere obblighi di frequenza in sede. Alla fine ce l’ha fatta con la media del 24, 35 esami dati in poco più di tre anni e una tesi su Tommaso Moro.

La morte della moglie

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie». La risposta l’ha cercata nei libri e in un percorso rigoroso come gli studi universitari. «Io con quella materia non avevo dimistichezza. Certo, leggevo ma la mia conoscenza in fatto di filosofia si limitava a un libro di massime di Sant’Agostino, in verità bellissime» (Corriere della Sera)

I dubbi e le certezze (rinnovate) di Italo

«Prima ho chiesto a un prete se studiare filosofia fosse pericoloso – confida Italo al Resto del Carlino con un sorriso – e lui mi ha risposto di stare tranquillo, che molti teologi della Chiesa sono stati appunto filosofi. Eppure, dopo questi anni di studio ho capito che in realtà la filosofia è pericolosissima, perché si scontra spesso con la teologia. Tutti hanno un’opinione diversa e discorde dagli altri. Io ho capito che preferisco credere a chi mi dà la possibilità, pur se eventuale, di credere all’immortalità dell’anima. Voglio tornare insieme con mia moglie, anche se nessuno può darmene la certezza. Mi rimane però la speranza: io voglio credere e quindi credo»

Italo spiega convinto: “L’anima vive, sono credente e la penso come Pascal, il filosofo che sento più vicino perché la sua scommessa è davvero geniale. Il suo ragionamento porta alla conclusione che conviene credere in Dio: se esiste ottengo la salvezza e ho vissuto un’esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere” (Repubblica Bologna)

«Pascal mi ha dato la risposta perfetta per quanto riguarda l’anima – continua a spiegare Italo – perché ha ragione: alla fine conviene credere, e passare con fede i nostri anni. Ma trovo affini anche Gardner, il primo filosofo che ho studiato dopo la morte di mia moglie, o di Tommaso d’Aquino, che cercava di dimostrare scientificamente l’immortalità dell’anima. E mi hanno convinto ancora di più nella mia contrarietà all’eutanasia: è come se negli ultimi giorni di mia moglie le avessi tolto quello che le permetteva di vivere. Non si può spiegare cosa significa perdere una moglie eccezionale come Angela è stata per me».

Un esempio per tutti

E’ questo che è Italo per molti, giovani e meno giovani, e non solo perché si è laureato ma per la perseveranza con cui ha assecondato una domanda esistenziale così forte. Se tutti fossimo capaci di approfondire le nostre domande con la stessa costanza, avremmo una fede di gran lunga più forte e più salda. Italo si è davvero guadagnato il suo titolo per la sua volontà di indagare una delle domande ultime della vita umana, la morte, il dolore, l’anima vivendo questa ricerca come bisogno e non come mero esercizio intellettuale: «A Macerata ho trovato un ambiente entusiasmante – dice Italo – sia con gli studenti che con i professori. Uno di loro dopo un esame mi ha detto: “Ha insegnato più cose lei a noi, che noi a lei”». Non ne dubitiamo.

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