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Alfie Evans e ciò che l’amore impone ad una mamma e un papà

Alfie Evans e o pai Thomas
Alfie's Army Official
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Ai genitori è impedito, per ora, di portarlo altrove, ma Kate e Tom non desistono. L'"esercito di Alfie" li sostiene; seguiamo con apprensione gli sviluppi dell'intricato groviglio legale al di sopra del quale brilla la forza dei due genitori decisi a difendere la vita fragile e preziosa (non "futile") del loro bambino

Lo rivediamo l‘elenco delle priorità? Ci rimettiamo a discutere di cosa sia diritto e cosa no? Di cosa sia davvero intoccabile e irrinunciabile, escluse le vostre posizioni di potere?

L’intimità non è la privacy

Nelle parole del giudice riportate spesso e con doloroso sdegno dai giornali c’è la versione distorta, pervertita della parola intimità: tradotta impropriamente con privacy. Alfie, accidenti, non ha bisogno di privacy (ovvero nascondimento, in questo caso) ma che l’intimità dell’amore che vive con i suoi genitori non venga distrutta o così rozzamente turbata. Lo hanno postato sui social? Hanno mostrato video, foto, dettagli?

Sì. E allora? Se lo sarebbero anche risparmiato, probabilmente. Ma è proprio perché anche noi riconoscessimo, in quelle scene, la stessa indistruttibile intimità e appartenenza reciproca che lega noi ai nostri cari e così fossimo tutti mossi a combattere per difendere quel piccolo (se non amiamo i figli degli altri come fossero nostri e i nostri come fossero di altri allora non sappiamo amare). Sì, quel bambino è di sua mamma e di suo papà. Non come possesso ma come dono. Infatti è quel bambino e non un altro. Questa evidenza mostra che è Dio che crea e che noi cooperiamo: infatti unendoci nell’atto coniugale, ci nascono  a volte, dei figli. E hanno i loro tratti, la loro indole, a volte sono sani altre ammalati da subito; e ci assomigliano senza essere noi.

Fratelli inglesi insorgete, tutti noi insorgiamo perché questa intimità di rapporti che ha nella sua solenne naturalità la sua propria forza, autorevole non venga così calpestata.

Il Santo Padre nel suo tweet di appello per Alfie è proprio su quella che pone l’accento, non a caso.

<blockquote class=”twitter-tweet” data-lang=”it”><p lang=”it” dir=”ltr”>E’ la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata. Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte</p>&mdash; Papa Francesco (@Pontifex_it) <a target="_blank" href=”https://twitter.com/Pontifex_it/status/981618549562200065?ref_src=twsrc%5Etfw”>4 aprile 2018</a></blockquote>
https://platform.twitter.com/widgets.js

Kate, la mamma, con quell’arcata sopracciliare scura, folta, quegli occhi fondi, distanti, dolcissimi e quasi ferini (sembra una specie di lince) e Thomas, daddy, più vecchio di un solo anno, spigoloso e biondo, così simile al papà di Charlie Gard, ecco quei due, proprio quei due genitori, giovani, (non sono ragazzi! Sono adulti, giovani) sono il bene più grande che questo bimbo abbia sulla terra. Le armate di Alfie difendono quel mastio. Che non è ancora il bene sommo ma suo naturale avamposto. Preghiamo per la vita di questo figlio che noi sappiamo essere una sorta di semiretta: iniziata per non finire più ma anzi compiersi nella gioia senza tramonto, nelle lacrime asciugate per sempre, nella totale assenza di lutto che è il Cielo. Perché “lasciarlo andare” significa sapere bene dove e anche che non sta a noi decidere quando.

E allora, mi chiedo, come siano potuti arrivare a tanto, di nuovo, i giudici, gli ospedali, dopo Charlie, Isahia e chissà chi altri?

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