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In Giappone sono state sterilizzate senza consenso circa 16 mila donne

JAPAN, WOMAN, UMBRELLA
Shutterstock
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Storia del piano eugenetico varato nel 1948 (e abrogato solo nel 1996): il dramma delle vittime e il paradosso di un paese in grave crisi demografica

La logica grammaticale della frase fa a pugni con il contenuto umano che racconta; impedire la nascita e proteggere la madre. Procediamo.
Tale direttiva governativa doveva essere applicata, con o senza il consenso degli interessati, su persone mentalmente ritardate o malate, e su chi era portatore di malattie ereditarie.

Nel 1972 si sollevarono molte proteste nei confronti del governo che propose un emendamento alla legge eugenetica per permettere l’aborto dei feti con diagnosi di malattia. Gli avvocati che difendevano i diritti dei disabili chiamarono in causa in quella circostanza il paragone con il piano di sterilizzazione Nazista. E questo servì per infangare agli occhi dell’immagine pubblica il termine «eugenetica». Eppure si calcola che gli aborti forzati siano stati circa 60.000.

Nel 1984 uno scandalo legato alla morte di due pazienti nell’ospedale psichiatrico di Tochigi fece sì che gli occhi delle altre nazioni cominciassero a interrogarsi su certe pratiche di cura dello stato nipponico. È dal penultimo decennio del XX secolo che i casi di sterilizzazione, così come i casi di morte di disabili, cominciano a diminuire.
Nel 1996 la legge sul piano eugenetico fu soppressa e al suo posto ne venne varata una riguardante la salute materna in cui si legge: «Le decisioni in merito alla riproduzione devono essere prese basandosi sulle libere intenzioni di coloro che sono coinvolti». Come dire, si arriva all’ovvio passando da un abisso di disumanità.

L’intervento dell’ONU e il paradosso attuale

Più volte le Nazioni Unite sono intervenute per chiedere conto al Giappone del progetto eugenetico e per far chiudere un capitolo così buio della storia del paese. Un decreto ufficiale dell’ONU del 2016 raccomanda al governo nipponico di «produrre misure specifiche per provvedere alle cure e all’assistenza legale delle vittime di sterilizzazione forzata e di offrire loro un indennizzo e servizi riabilitativi».
Il governo ha risposto che il piano eugenetico era «un provvedimento legittimo» e che «la compensazione sarebbe difficile».

Dal 2017 ad oggi le voci delle vittime hanno cominciato a farsi sentire in sede legale, prima attraverso le associazioni per la tutela dei diritti e poi in prima persona; arriviamo così al punto da cui siamo partiti: lo scorso gennaio, per la prima volta, una donna sterilizzata a sua insaputa ha fatto causa al governo chiedendo un indennizzo di 11 milione di yen (circa 84 mila euro).

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