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Conferenza Episcopale Tedesca divisa: prove per l’intercomunione in Germania?

CARDINAL REINHARD MARX AND CARDINAL RAINER MARIA WOELKI
CARDINAL REINHARD MARX Photo By Antoine Mekary | ALETEIA - CARDINAL RAINER MARIA WOELKI Photo by Paul Zinken | DPA | AFP
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Il giorno dopo la chiusura dell’ultima assemblea plenaria dei vescovi tedeschi, il cardinal Woelki e altri sei pastori hanno fatto recapitare a Roma una lettera per denunciare un’imminente “fuga in avanti” della Conferenza

Scriveva allora (al numero 27) il Papa tedesco:

[…] «tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel Popolo di Dio, è un mistero nuziale: è per così dire il lavacro delle nozze che precede il banchetto delle nozze, l’Eucaristia » [CCC 1617] L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa [cf. Ef 5,31-32]. Il reciproco consenso che marito e moglie si scambiano in Cristo, e che li costituisce in comunità di vita e di amore, ha anch’esso una dimensione eucaristica. Infatti, nella teologia paolina, l’amore sponsale è segno sacramentale dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, un amore che ha il suo punto culminante nella Croce, espressione delle sue “nozze” con l’umanità e, al contempo, origine e centro dell’Eucaristia. Per questo la Chiesa manifesta una particolare vicinanza spirituale a tutti coloro che hanno fondato la loro famiglia sul sacramento del Matrimonio.

Si direbbe che, in un certo senso, Marx e la maggioranza dei Vescovi di Germania abbiano semplicemente “tirato le somme” di questo Magistero. Il che può darsi, ma a condizione:

  1. che l’iniziativa, pur motivata da ragioni locali, non sia presa in assenza di una consultazione della Chiesa universale, il cui segno di unità visibile sta nella comunione romana;
  2. che in nulla, mai e per nessuna ragione risulti anche solo minimamente intaccata la coscienza ecclesiale (quindi degli sposi in questione e della comunità che li accoglie) circa la fede eucaristica;
  3. che davvero i casi in questione siano “eccezioni”. Ciò non va certamente inteso in senso di mera esiguità numerica (poiché neppure un solo caso di trascuratezza dovrebbe darsi, circa l’Augusto Sacramento), ma dell’offerta di uno strumento straordinario per anticipare, in alcune famiglie particolarmente unite dalla e nella fede, la piena comunione della Chiesa, che non è ancora visibile.

In questo punto consisterebbe un effettivo ampliamento delle norme attualmente vigenti, che dovrebbe essere elaborato con cura e tenendo conto della Tradizione e dei casi concreti. Si capisce fin troppo bene che i sette vescovi tedeschi – circa la metà dei 13 che, sulla sessantina di presenti, hanno votato contro il documento – abbiano ritenuto la materia troppo delicata e troppo suscettibile di gravi conseguenze per farne l’oggetto di una “fuga in avanti” della Conferenza Episcopale tedesca.

Dunque che si potrebbe fare? Per la pace nella Chiesa e con le comunità ecclesiali andrebbe sicuramente evitata anche solo l’apparenza del proselitismo. D’altro canto, se non si parlasse almeno di legge della gradualità, per la quale il coniuge non cattolico si riconduca sempre più nella comunione cattolica, a che titolo si potrebbe parlare di “eccezionalità” del provvedimento pastorale? Personalmente, attendo con vivo interesse il responso della Congregazione per la Dottrina della Fede, sicuro che mons. Ladária saprà dare il giusto peso a ogni elemento in gioco.

Prospettive ardite (e certamente non “per molti”)

Quello che oggi direi, se dovessi produrmi in una proposta teologica ed ecclesiologica, è questo: talvolta pensiamo all’unione tra le Chiese e le comunità ecclesiali come a una serie di atti d’abiura che portino le persone, le famiglie e i popoli a convergere in «un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16). Ciò è non solo storicamente impensabile, ma anche teologicamente poco raffinato: l’ecumenismo si fa rivolgendosi ciascuno a Cristo, ma è impossibile abbracciare Cristo facendo astrazione dalla tradizione religiosa che per ciascuno ha mediato l’incontro con Cristo. Così anche Paolo dice: «Ciascuno rimanga in quella chiamata nella quale è stato chiamato» (1Cor 7, 20), e vediamo dal contesto immediato che sta parlando del proprio stato di vita, nel senso più largo possibile (dunque non è arbitrario, in àmbito ecumenico, leggervi un invito a ricercare il senso della propria appartenenza religiosa).

Certo, le divisioni fra cristiani sono storicamente ascrivibili a incomprensioni e cupidigie, intemperanze e passioni che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio: ma se (giustamente) le assimiliamo alle piaghe del corpo di Cristo sappiamo pure che «dalle sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53, 5), e che in questa guarigione sta proprio la volontà di Dio, salvifica e universale. Ecco, possiamo non sapere perché Dio abbia permesso gli innumerevoli dolori della Notte di san Bartolomeo (e delle mille e mille notti come quella), in cui ancora il Figlio di Dio veniva (e viene) tradito dai fratelli, venduto e ucciso; ma non possiamo impedirci perciò di riconoscere nelle Passioni e negli oratori di Bach il marchio dell’Agnello, il segno della vera Fede. Allo stesso modo, possiamo sostenere la correttezza dottrinale del Filioque, risalente alla nobile chiesa visigotica, ma non possiamo disprezzare l’antica teologia trinitaria che ogni vecchina bulgara evoca, forse inconsapevolmente, quando si segna inchinandosi davanti a un’icona. Mi è capitato più volte, entrando in una chiesa ortodossa, di osservare lungamente quelle persone, e poi di mettermi in fila dietro di loro, per ripetere con umiltà quei gesti antichi e santi, che tante vite hanno contribuito a conformare a Cristo.

Penso a Edith Stein, che divenne cristiana e cattolica e carmelitana senza mai smettere di pensarsi e credersi giudea. E io che non sono giudeo “secondo la carne” (ma “spiritualmente semita”, secondo la luminosa definizione di Pio XI all’indomani delle barbare leggi razziali in Italia), certo non posso fare come lei: ma voglio, sì, fortissimamente, essere cattolico come Agostino e ortodosso come Solov’ëv; ortodosso come Dostoevskij e luterano come Bach e come Bonhoeffer e diecimila altri ancora.

Forse questa potrebbe essere la (stretta e dura) via per alcune coppie, necessariamente pochissime rispetto alle tante che hanno contratto matrimonio misto: che ciascuno dei coniugi abbracci l’altra confessione in quanto non respinge la propria e rafforzi la propria in quanto integra l’altra. Parlando di Cristo, cioè del sacramento della nostra salvezza, Leone Magno diceva in una memorabile omelia:

In entrambe le nature, infatti, uno e medesimo è il Figlio di Dio, che mentre raccoglieva ciò che è nostro non perse ciò che è suo.

Non penso sia temerario dire che il mistero dell’Incarnazione debba essere la stella polare (anche) del cammino della Chiesa verso l’unità:

Infatti il Signore ci comunica il suo corpo per restare assolutamente con noi e noi con lui. E di conseguenza è necessario che quanti non hanno che un unico corpo – giacché egli ce ne fa partecipi – insomma che tutti noi diventiamo un solo corpo, proprio per quella partecipazione.

Lo diceva Giovanni Calvino (Inst II, IV, XVII, 38), il quale rifiutava tanto la categoria cattolica di transustanziazione quanto quella luterana di consustanziazione, sì, ma il quale pure riteneva che nella santa cena si ricevano realmente il vero Corpo e il vero Sangue di Gesù. E se tutto potesse finire per riunirsi in una famiglia, dove Cristo prese da principio carne e sangue?

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