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Mauro Biglino? Gli danno torto sia gli ebrei antichi e credenti sia quelli atei e moderni

SIGMUND FREUD - MAURO BIGLINO
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Da circa mezzo secolo in qua la fantasiosa tesi della paleoastronautica si è scavata una certa nicchia di pubblico, tra Stati Uniti ed Europa: riallacciandosi ad essa, e servendosi di un'editrice amica, un appassionato di letteratura ebraica ha avviato un florido business che ha fatto promanare da libri complottisti perfino delle serie di fumetti. Osservare le fallacie del suo incedere è noioso e snervante, ma può risultare utile. Oggi rispondiamo all'“obiezione principale” di Mauro Biglino sulla base degli antichi traduttori della prima versione della Bibbia in una lingua non semitica e su quella, più moderna e laica, di Sigmund Freud, che oltre a essere padre della psicanalisi duellò per tutta la vita – da quell'ebreo ateo che fu – con “l'uomo Mosè”.

In sostanza, la tesi del padre della psicanalisi (che al Legislatore aveva già dedicato un toccante lavoro quasi trent’anni prima) è che Mosè fosse un egiziano, non un israelita, e che abbia dominato gli israeliti fuggiaschi, delusi dai loro culti cananaici (politeistici), esercitando su di loro il fascino di una più raffinata concezione teologica – quella monoteistica, appunto, mutuata dalla riforma enoteistica di Akhenaton.

Ma anche in questo caso la storia rema contro: il “faraone eretico” era riemerso dalle sabbie del tempo solo da pochi decenni, all’epoca di Freud, perché immediatamente dopo la sua morte (metà del XIV secolo a.C.) tutto quanto era connesso con lui fu sottoposto a una severissima damnatio memoriæ: oltre a essere stato il marito della regina più bella d’Egitto e il padre del più giovane faraone, Akhenaton ha in sé sufficiente mistero e sufficiente carica eversiva per intrigare chiunque… quanto più il tormentato autore di Totem e tabù, che in effetti richiama nell’ultima opera le impostazioni di quell’altra (giovanile) e de L’avvenire di un’illusione.

Il padre della psicanalisi espone la teoria delle fonti dell’Esateuco e mostra di condividere la nota di Gressmann per cui «i distinti nomi [di Dio] sono il chiaro segno di riconoscimento di dèi originariamente distinti» (Sigmund Freud, Der Mann Moses und die monotheistische Religion, Amsterdam 1939, 70), ma non gli passa minimamente per la testa l’idea che “Elohîm” non significhi già all’origine, e grammaticalmente, il nome e il concetto di «ciò che tutti chiamano “Dio”». Quanto invece alla peculiarità del Dio unico “introdotto da Mosè”, nonché alle credenze antiche nell’esistenza delle rispettive divinità etniche, Freud annota:

Non è verosimile che Jahve si differenziasse molto dagli dèi dei popoli e delle tribù circostanti; egli contende con loro come pure i popoli lottano tra loro; ma bisogna pure tener presente che a un adoratore di Jahve di quell’epoca non sarebbe mai passato per la testa di mettere in dubbio l’esistenza degli dèi di Canaan, Moab, Amalek e via dicendo… non meno di quanto avrebbero messo in discussione l’esistenza di quei popoli che in quelli credevano.

Sigmund Freud, Der Mann Moses und die monotheistische Religion, 112

Così perfino Freud – il quale sarebbe poi arrivato a inventarsi che Mosè viene ammazzato dagli esasperati israeliti, e che questi vengono a loro volta costretti dall’insopprimibile senso di colpa a elaborare una irriducibile attesa messianica… – risulta più pacato e più serio di Biglino nella ricostruzione dello scenario antropologico-culturale dell’epoca… nonché nel rispetto delle lingue bibliche. E dimostra che si può essere atei, pur sapendo (bene) l’ebraico, anche senza tirare in ballo astronavi e alieni.

Dunque lo dicono tutti, ma proprio tutti, che questa storia degli “Elohîm” al plurale non sta in piedi, e Biglino non vorrà tacciare Freud di connivenza con il cinico complotto monoteistico che falsa la limpida verità biblica: la Bibbia parla di Dio, e del Dio unico per giunta. La Bibbia è un testo sacro e documenta moltissime credenze genuinamente religiose. E ci si sente in imbarazzo a dover ribadire cose tanto evidenti.

Come però ho già detto, polemizzare con Biglino assomiglia molto più a giocare al tiro a segno al Luna Park che a un vero duello all’ultimo sangue: così da una parte nessuno muore (chi vorrà continuare a credere alle favole sugli alieni pur di non credere in Dio potrà sempre farlo, e continuerà a ringhiare agli uomini sensati che sono tutti degli invasati); e dall’altra l’avversario non cade neppure se si fa centro. È proprio come sparare alle paperelle di gomma sul nastro: colpirne una, dieci o tutte non implica averne uccisa alcuna. Questo fa sì che molti tra quanti hanno le conoscenze e le competenze per confutare a fondo Biglino non si prestino a una fatica tanto grande e così poco gratificante. Poiché invece ormai siamo qui, colpiremo nel prossimo futuro alcune delle paperelle che scorrono sul nastro della carta di Biglino.

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