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Mauro Biglino? Gli danno torto sia gli ebrei antichi e credenti sia quelli atei e moderni

SIGMUND FREUD - MAURO BIGLINO
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Da circa mezzo secolo in qua la fantasiosa tesi della paleoastronautica si è scavata una certa nicchia di pubblico, tra Stati Uniti ed Europa: riallacciandosi ad essa, e servendosi di un'editrice amica, un appassionato di letteratura ebraica ha avviato un florido business che ha fatto promanare da libri complottisti perfino delle serie di fumetti. Osservare le fallacie del suo incedere è noioso e snervante, ma può risultare utile. Oggi rispondiamo all'“obiezione principale” di Mauro Biglino sulla base degli antichi traduttori della prima versione della Bibbia in una lingua non semitica e su quella, più moderna e laica, di Sigmund Freud, che oltre a essere padre della psicanalisi duellò per tutta la vita – da quell'ebreo ateo che fu – con “l'uomo Mosè”.

La prova dei Settanta

Ad esempio, se si volesse dare credito alla rivendicazione di Biglino – «La questione di Elohîm come singolare o come plurale è la questione centrale della tesi» – la causa si chiuderebbe in quattro e quattr’otto adducendo l’argomento delle versioni greche. Non solo la Bibbia alessandrina “dei Settanta” (LXX), redatta dalla più colta comunità giudaica della diaspora tra il III e il I secolo a.C.; ma anche le sue stesse revisioni, note coi nomi di Aquila, Simmaco e Teodozione, in parte redatte in epoca intertestamentaria per il bisogno di alcune fasce di giudaismo di “rigiudaizzare” la versione greca della Bibbia (i LXX, ma anche lo stesso Teodozione, erano diventati riferimento autorevole della nascente comunità cristiana). Ebbene, nessuna di queste traduzioni greche – composte da filologi antichi, che avevano il greco per lingua madre e conoscevano l’ebraico (nonché l’aramaico) per frequentazione cultuale e per studio – mostra mai la benché minima incertezza nel tradurre Elohîm: al singolare θεός nella stragrande maggioranza dei casi, quando con “Dio” s’intende il Dio unico di Israele; al plurale θεόι quando con “dèi” s’intendono le divinità adorate dai pagani (o anche nell’uso analogico che ne fa il Sal 81, 6 – ripreso anche da Gesù in Gv 10, 34).

Dunque quello che per Biglino è il punto di massima ambiguità del testo biblico – ovvero è il punto decisivo, a suo dire, della tesi paleoastronautica – appare nella sua cristallina chiarezza per tutti gli interpreti antichi: Elohîm significa «ciò che tutti chiamano “Dio”» (parafrasando un grande del secondo millennio), e lo significa con le proprie particolarità linguistiche, comuni all’accadico e a molte lingue del ceppo semitico nord-occidentale.

Punto. Ma Biglino dirà forse che la traduzione greca della Bibbia è per eccellenza l’emblema della manipolazione ideologico-teologica «fatta a tavolino per conquistare il potere» (così il sottotitolo del libro). Ora, questa è una petizione di principio, contenente un’affermazione tanto apodittica quanto indimostrabile: i fatti storici dicono che questo testo è il più antico riscontro dell’intero corpo scritturistico noto come “Bibbia”; che è stato elaborato da persone e gruppi distinti, appartenenti a religioni diverse e mossi da fini anche parzialmente contrapposti tra loro (dunque non sta in piedi l’ipotesi bigliniana del complotto); e che mai nessuno tra tutti quanti presero parte alla traduzione, alla redazione e alla trasmissione di quelle antichissime versioni ebbe mai alcun dubbio sul fatto che l’ebraico Elohîm si traduce correttamente con la parola greca θεός, “dio”, al singolare.

A parte questo, ci sarebbe da dire che i codici più antichi del Testo Masoretico (TM), tra quelli a noi noti, risalgono al IX secolo d.C., mentre disponiamo di frammenti dei LXX risalenti al II secolo a.C. Per citare due nomi esemplificativi, il Codex Lenigradendis (che riporta l’intero TM) è datato con esattezza al 1008 d.C., mentre il Codex Vaticanus (B) e il Codex Sinaiticus (א) – che riportano per intero il testo dei LXX – sono del IV sec. d.C. Anche prescindendo dal fatto che gli stessi interpreti del TM non hanno il minimo dubbio sul significato di “Elohîm”, Biglino si aggiunge alla lista degli ingenui positivisti della linguistica che pretendono di correggere archeologicamente un testo del III sec. a.C. con uno del IX d.C.

Lo dice pure Freud!

Spiace per Biglino, ma niente a parte le sue ostinate fantasticherie dice che il monoteismo sia una sovrapposizione estrinseca al primitivo testo biblico (il che è il presupposto storico-critico delle sue considerazioni): Sigmund Freud era un uomo ateo quanto Mauro Biglino (si parva licet magnis componere…), ma anche il suo dissacrantissimo Der Mann Moses und die monotheistische Religion (1939) – pur derivando il monoteismo mosaico dalla riforma religiosa di Akhenaton – non si spinge a stuprare la grammatica. E l’ebraico Freud lo masticava un tantino meglio di Biglino

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