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Arnaud Beltrame fu massone o no? Occorre un discorso sulle virtù

ARNAUD BELTRAME
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Mentre si moltiplicano i commenti e gli interventi riguardo all’eroico sacrificio del gendarme di Trèves, un’ombra resta in sordina: «Beltrame fu davvero massone?». E se sì, questo che cosa cambia? Come si fa a dare una risposta? Anzitutto con una lettura intelligente, come quella ispirata da François-Xavier Bellamy su Le Figaro di ieri: «Noi abbiamo l’inesprimibile sentimento che quest’uomo ci abbia salvati». E questo sentimento richiede adeguata riflessione.

Per questo motivo anche la rivendicazione dei massoni – comprensibile quanto le altre – richiede di essere soppesata e valutata in sé: la questione centrale essendo “da dove è venuta a Beltrame la forza di un gesto tanto divino” («nessuno ha un amore più grande di questo!», disse il Figlio di Dio), il senso comune dei francesi e e non solo è disposto a indagare ogni pista per la quale «un tale potere sia stato dato agli uomini» (cf. Mt 9, 8). Il segreto di tanta sublimità viene dalla massoneria? Certo, è chiaro che questo porrebbe un serio problema “canonico” sul caso: un uomo in odore di santità – che su La Croce di oggi Emilia Flocchini affiancava a Massimiliano Maria Kolbe e a Salvo d’Acquisto – non può certamente ambire agli onori degli altari essendo vissuto da scomunicato. Michele Baio ebbe a coniare l’icastica formula passata per agostiniana: «Virtutes paganorum splendida vitia» [«Le virtù dei pagani sono splendidi vizi»], e sebbene la sensibilità religiosa rinnovata nel Concilio Vaticano II sia ben disposta a rintracciare anche nelle manifestazioni puramente naturali dell’umano «i semi del Verbo» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 28; cf. anche Giustino, 2 Apologia 8, 1-2; 10, 1-3; 13, 3-6), tuttavia sulla massoneria e sui suoi adepti pende una secolare scomunica, motivata proprio dall’ambizione dei liberi muratori di costruire a tavolino una religione al contempo vera e priva di quei motivi di conflitto che caratterizza la Rivelazione dell’unico Dio. Al di là delle buone intenzioni (il cui destino è ben noto alla sapienza popolare), questo implica un ripudio del Redentore.

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Dunque il problema mi pare pertinente, e forse anche centrale. Ma quale risposta dare? Mi pare che le dichiarazioni di Marielle e di mons. Rey – che per ammissione del prelato non si conoscono – si rischiarino e si sostengano a vicenda: per Beltrame la gendarmeria era missione e servizio, ed era tutta permeata di fede cristiana. Senza Cristo è quasi impensabile un gesto estremo come dare la propria vita: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto» (Rom 5, 7); mentre le testimonianze che di Beltrame dànno quanti ebbero a conoscerlo parlano parlano chiaro – Arnaud cercò Cristo.

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La “prova del nove”, del resto, è presto fatta: in nessun insegnamento massonico s’insegna o si apprendono quelle dottrine estreme che risplendono in questa vicenda, ovvero il dono della vita e l’amore al nemico. Ora sarebbe forse dirimente (per noi, non per lui) avere un calendario delle grandi tappe della vita di Beltrame: sappiamo infatti che la sua conversione al cristianesimo avvenne nel 2008, ossia dieci anni fa. Dai grembiulini non ci si può aspettare che siano trasparenti quanto i monaci, ma chiaramente se risultasse che l’iscrizione alla loggia del Grande Oriente di Francia avvenne in un tempo sensibilmente anteriore alla conversione al cristianesimo tutto acquisterebbe nuova luce. Anche la stessa sincerità della fede di Beltrame ne uscirebbe intatta da ogni ombra: una tale concatenazione di eventi mostrerebbe soltanto quanto fosse lungo il corso dell’alta aspirazione del giovane Arnaud, e l’affermazione di mons. Rey – “Beltrame cercò Cristo” – dovrebbe allora essere corretta in “Beltrame trovò Cristo”. Che fu la risposta ultima, universale e concreta, alle sue ataviche e affannose domande.

I passi del mio vagare – sta scritto – tu li hai contati;

le mie lacrime nell’otre tuo raccogli:

non sono forse scritte nel tuo libro?

Sal 56, 9

Appare oltremodo verosimile che Beltrame abbia lungamente vagato, essendo nato in una famiglia “poco praticante”, alla ricerca di una risposta di senso alle proprie inquietudini: ci sono numerosissimi convertiti al cristianesimo che, prima di approdare al cuore dell’Uomo-Dio, fanno un passaggio nel luminoso atrio dei Frammassoni. Sarebbe anacronistico, ad esempio, rimproverare a Wolfgang Amadeus Mozart la sua affiliazione massonica (le bolle di Clemente XII e Benedetto XIV scomunicavano i massoni per l’opacità dell’organizzazione, giustamente ritenuta sospetta, non per ragioni dottrinali, ed erano le uniche due anteriori al genio di Salisburgo). Analogamente, sarebbe “anacronistico” sospettare di essere scomunicato un uomo che, di fatto, non era cristiano.

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Hanno torto i massoni, nel considerare per sempre massone uno che è stato massone anche solo per un giorno: attribuiscono un potere para-sacramentale a riti pomposi ma puramente umani. E tuttavia ha ragione Bellamy a ricordare con Aristotele come il coraggio non si improvvisi sul campo di battaglia: le virtù sono habitus (ἕξις [éxis] in greco – entrambe le lingue classiche le fanno derivare dal verbo “avere”), ovvero sono profonde attitudini che si maturano lentamente e vengono assimilate da una persona «come una seconda natura». Quest’espressione Agostino la coniava per descrivere la mortalità dell’uomo, che non apparteneva originariamente alla creazione ma che per il peccato (attenzione, i vizî sono habitus) è subentrata ed ha aderito strettamente alla natura: con processo analogo – benché inverso – si producono e si consolidano anche gli abiti virtuosi, quali il coraggio eroico e divino di dare la vita per una persona amata, ancorché sconosciuta.

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Anche recentemente abbiamo parlato delle strutture della vita morale: ebbene accadono talvolta, nelle vite delle persone, eventi che esigono la produzione di una sintesi delle proprie convinzioni – sintesi che spesso si traduce in gesti, più che in parole. Quando una simile prova arriva (può essere una gravidanza non programmata, la malattia di un figlio ancora nel grembo o del coniuge o altro ancora…) tutte le convinzioni superficiali e tutti i velleitarismi che possono essere presenti in ciascuno saltano come tappi di spumante: resta allora solo quello che c’è veramente, se qualcosa di solido davvero c’è.

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La vicenda di Arnaud Beltrame ha offerto al mondo uno spettacolo che questo raramente vede (in realtà accade ogni giorno, ma stavolta non è stato un prete ad essere sgozzato…), e mentre i pagani restano attoniti a guardare «qual trofeo di gloria» può essere la croce abbracciata da un uomo, i cristiani, che «solo della croce si gloriano» (Gal 6, 14), riconoscono nel gendarme francese come Dio abbia

privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo.

Col 2, 15

I Principati e le Potestà di cui Paolo parla sono le forze che esprimono e inculcano nelle menti degli uomini e nelle loro culture i valori fondamentali per cui si vive o si muore: l’autodeterminazione, il successo, il denaro, il potere, il piacere. Tutto è stato sublimemente superato, nel sacrificio di Arnaud Beltrame.

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In tal senso, è anche molto bello che la Chiesa resti in disparte, a godersi con discrezione le meraviglie operate da Dio in questo suo figlio: si accapiglino pure gli altri, che «ricevono gloria gli uni dagli altri e non cercano la gloria che viene dall’unico Dio» (cf. Gv 5, 44). Essa invece se ne sta in contemplazione ancora per qualche giorno, pronta a gioire nella propria maternità, tutta «splendente della gloria del suo Signore» (dall’Exultet).

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