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Come si fa a capire quando un peccato è “veramente mortale”?

WOMAN PRAYING
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La distinzione tra peccati veniali e mortali è spesso attaccata, ma raramente compresa – anche (come accade spesso) da quelli che si propongono come suoi strenui apologeti. Proviamo a farcela spiegare dalla guida sapiente di padre Bernard Häring, tra i più autorevoli teologi morali del XX secolo, oltre che uno tra i più fini orefici della categoria di “opzione fondamentale”.

Si rinviene perfino, talvolta, in alcune agiografie, il caso che simili anime addormentate siano state ridestate da un forte raggio di grazia dato dalla Pietà divina in concomitanza con qualche peccato di ordine superiore, talvolta perfino un crimine.

E proviamo ad ascoltare padre Häring, infine, sulla famigerata distinzione tra peccato mortale e peccato veniale:

[…] i teologi ritenevano che le linee di confine fra peccato mortale e veniale si determinano oggettivamente in base alla gravità della materia. Taluni moralisti, però, aderivano che in ambito sessuale tutto costituiva materia grave. Essi non tenevano conto dell’enorme diversità di livelli di sviluppo e di sensibilità morale.

È mia convinzione che non si può determinare un confine obiettivo, valido per tutti, fra il peccato mortale ed il peccato veniale. Possiamo però affermare che una materia relativamente leggera non può normalmente costituire l’oggetto di un peccato mortale. L’enfasi sta sul relativamente, che significa proporzione al livello morale, alla maturità, alla consapevolezza e al pieno uso della libertà della persona singola. Ciò che una persona non considera materia grave, a un’altra molto sensibile può apparire come assolutamente inconciliabile con l’amicizia di Dio.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 259

Ed effettivamente chiunque di noi può facilmente immaginare quante lacrime piangerebbe se, come d’incanto, ci ritrovassimo all’improvviso a fare l’esame di coscienza serale con «il livello morale, la maturità, la consapevolezza» di una Teresa di Lisieux, di un Francesco d’Assisi, di un Giovanni della Croce. Sarebbe quasi certamente lo schianto del nostro grasso e debole cuore. Spiega Häring:

Un atto relativamente piccolo di bontà normalmente non capovolgerà un’opzione fondamentale cattiva in un’opzione fondamentale buona, anche se può costituire un primo passo in questa direzione. Similmente ogni peccato, se il pentimento non è immediato, ha la possibilità minacciosa di essere e di diventare un primo passo verso lo sfacelo.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 259-260

Insomma, come già avevo accennato qualche altra volta, la questione sta in questi termini: quanti trovano inaccettabili le dottrine di Häring (che comunque sono autorevoli opinioni teologiche e non Magistero, anche se la Santa Sede non ha trovato in esse alcunché di riprovevole) devono probabilmente riconoscere di muoversi in un orizzonte in cui il peccato veniale è “un peccato tollerabile”, “un peccato che si può fare”. Assistiamo quindi al bel paradosso dei pretesi rigoristi che si scoprono lassisti: Häring ha invece spiegato in modo veramente esaustivo e condivisibile – salvo il caso di preclusioni ideologiche – che nessun peccato è tollerabile, nessun peccato “si può fare”, proprio perché tutti portano invariabilmente «alla morte e alla morte eterna».

Häring discute poi di come si possa giungere, ordinariamente, a commettere un atto che attesti e significhi la spaventosa ribellione aperta della creatura al Creatore. La risposta è, appunto: ci si arriva peccato dopo peccato, quasi inavvertitamente. Quella del male è una china viscida e infida, su cui ondeggiano acque limacciose e opache: ogni nuovo passo è virtualmente quello sotto al quale si potrà spalancare la buca fatale.

Mi rendo conto che, se vi lasciassi così, vi abbandonerei forse in preda allo scoramento, perché forse avete cominciato a leggere questo articolo cercando di individuare il “limite peccati sicuri” e finite scoprendo che nessun peccato è sicuro. In realtà un’alternativa c’è, ed è perfino entusiasmante: vivere bene. Esercitare le virtù e godere di ogni bene che ci è dato, con e per gli altri, mentre tendiamo alla città di Dio e costruiamo insieme la città degli uomini. Per questo voglio concludere con un ultimo paragrafo di padre Bernard Häring, che spero di avervi invogliati a conoscere:

Nessun essere umano può definire con precisione quanta libertà e consapevolezza siano necessarie per commettere un peccato mortale, che è sempre un peccato proporzionato all’eterna dannazione comminata da un Dio santo e misericordioso. È mia convinzione che non ci può essere peccato mortale senza un’opzione o intenzione fondamentale che volge la libertà basilare del soggetto verso il male. E noi possediamo almeno dei criteri approssimativi, per determinare quando una persona non vive con un’opzione fondamentale contraria a Dio. Vale a dire: presumiamo che la persona non ha fatto una tale opzione se, subito dopo la caduta, sente un autentico dispiacere per il peccato e continua a sforzarsi di piacere a Dio e a fare ciò che è giusto.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 261

Così peccano i santi: soffrendo per ogni peccato e conformandosi così misticamente al corpo piagato di Cristo. Per questo Papa Francesco ripete spesso: «Per i peccatori qui, nella Chiesa, c’è posto. Per i corrotti no».

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