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Come si fa a capire quando un peccato è “veramente mortale”?

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Pixabay | CC0

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 22/03/18

La distinzione tra peccati veniali e mortali è spesso attaccata, ma raramente compresa – anche (come accade spesso) da quelli che si propongono come suoi strenui apologeti. Proviamo a farcela spiegare dalla guida sapiente di padre Bernard Häring, tra i più autorevoli teologi morali del XX secolo, oltre che uno tra i più fini orefici della categoria di “opzione fondamentale”.

Poiché più volte, nel recente passato, mi sono trovato a usare la categoria di “peccato mortale”, più di qualcuno mi ha chiesto di spiegare meglio come si faccia a capire quando un peccato è mortale e quando no: se sia solo la materia, se sia solo l’intenzione, se sia la forma, se sia la coscienza




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E già elencando questa serie di parole, che per diversi fra voi saranno probabilmente puri flatus vocis, sento la voce di quel buon vecchio diavolo di Voltaire che mi rimprovera dall’alto del suo Dictionnaire. Alla voce “teologo” si legge infatti, fra l’altro:

Meno teologia e più morale li avrebbe resi venerabili agli occhi del popolo e dei re; rendendo invece pubbliche le loro dispute, si sono resi maestri di quei medesimi popoli che volevano guidare. Perché cos’è che è accaduto? Dal momento che quelle infelici dispute hanno diviso i cristiani, gli interessi e la politica si sono necessariamente infiltrati. Poiché ogni Stato (anche in tempi di ignoranza) nutriva i proprî interessi, nessuna Chiesa pensa esattamente come un’altra, e parecchie sono fra loro diametralmente opposte. Così un dottore di Stoccolma non deve pensare come un dottore di Ginevra; l’anglicano deve, poiché sta ad Oxford, differire dall’uno e dall’altro; non è permesso a colui che riceve la berretta dottorale a Parigi di sostenere certe opinioni che il dottore di Roma non può abbandonare. Gli ordini religiosi, gelosi gli uni degli altri, si sono divisi. Un frate cappuccino deve credere all’Immacolata Concezione: un domenicano è obbligato a rigettarla, e passa per eretico agli occhi del francescano. L’esprit de géométrie, che si è tanto diffuso in Europa, ha finito per avvilire la teologia. I veri filosofi non hanno potuto impedirsi di mostrare il più profondo disprezzo per dispute chimeriche nelle quali non sono mai stati definiti i termini, e che si svolgono con parole tanto inintelligibili quanto i loro contenuti. Tra i dottori stessi se ne trovano molti veramente dotti che hanno pietà della loro professione; essi sono come gli auguri di cui Cicerone dice che non potevano incontrarsi senza mettersi a ridere.

“Meno teologia e più morale”, questa è bella… quando si pensa invece che se c’è una cosa che gli uomini di oggi non vogliono sentire è proprio come dovrebbero vivere. Ho però l’impressione – e i numeri delle letture di alcuni nostri pezzi lo confermano – che in realtà ci sia proprio questo inconfessabile desiderio di paternità, nel subconscio della nostra epoca: che è ribelle come un’adolescente, è vero, ma che pure nel suo andarsi a cercare novità spirituali in qualunque posto (tranne che nella Chiesa) confessa costantemente perlomeno a sé stessa che di una via ha bisogno. Tutti, in realtà, ne abbiamo profondo bisogno.




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Proprio per questo sant’Agostino, che di ribellioni e di confessioni era esperto come nessun altro, commentando Gv 14, 6 disse, fra l’altro:

Se lo ami, seguilo. Tu dici: Lo amo, ma per quale via devo seguirlo? Se il Signore tuo Dio ti avesse detto: Io sono la verità e la vita, tu, desiderando la verità e bramando la vita, cercheresti di sicuro la via per arrivare all’una e all’altra. Diresti a te stesso: gran cosa è la verità, gran bene è la vita: oh! se fosse possibile all’anima mia trovare il mezzo per arrivarci!

Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono – disse – la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via. 

Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita; non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina!

Forse tu cerchi di camminare, ma non puoi perché ti dolgono i piedi. Per qual motivo ti dolgono? Perché hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dai tuoi tirannici egoismi? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi.

Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi.

C’è tutta la psicologia del peccato e della penitenza, in queste poche righe: tra l’una e l’altra cosa sta la lunga indolenza della coscienza fiaccata dal male. Altra cosa di cui tutti facciamo esperienza. E in questa dolorosa stagnazione del cuore che cosa può mai la teologia? Poco e nulla, come mostra Agostino stesso: la teologia parla alla mente dell’uomo che non si ostina nel male, che chiede di capire come possa rialzarsi. «Ma quando avverrà – diceva Erasmo nell’Introduzione ai suoi memorabili Adagia – che tutta questa mole di carta possa insegnarci a vivere bene?».

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