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L’innocenza scampata al diluvio del peccato

Marko Vombergar

Paola Belletti - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 22/03/18

Che so più grande anche dell’altro dilemma:

  1. Chiedi di più, più forte e meglio perché il Signore i miracoli li fa;
  2. Accetta e accogli la Sua volontà perché Lui ha un piano nel quale la malattia di Ludo è un bene, arrenditi.

Sono già dentro di me queste voci, come due solisti che ogni tanto escono dal coro di una tragedia.

Le parole di altri di solito ottimamente intenzionati le risvegliano soltanto. Non ha nessuna colpa, l’altro.

No. Non ci sto. Non è questo il dilemma. Non è così che Dio usa i bambini. Per compensare brutture e orrori e placare gli inviti alla Sua terribile vendetta messi in atto chissà da chi, chissà dove sotto il tetto del cielo. Se è così voglio i nomi. Li voglio colpire con le mie stesse mani. Chi è che sta rimandando la propria conversione o si sta incistando nel peccato così da rendere necessario questo dolore?

E se ci fosse anche il mio nome, nella lista? E’ così che fa i Suoi conti il Signore? Sì, in un certo senso. Ma non così. Non nel modo tutto umano, tutto nostro che ragiona a colpi e contraccolpi, che sa così poco ancora dell’amore vero. Che crede giustizia le sue pretese.

Non è così che fa Dio. Se non misteriosamente. Se non dispiacendosene Lui per primo. Se non ricordando a Se stesso che da Cristo in poi anche noi siamo vittime e la terra un altare.

L’innocenza scampata al diluvio del peccato che affiora nei bambini, in quelli che soffrono è preziosa. La contemplo. La adoro. Cerco una traccia divina. Non la vedo ma c’è. La sua pelle profuma; le sue gambette così smagrite mi avevano promesso muscoli forti per reggersi e correre dietro a un pallone o in braccio alla mamma. O per rialzarsi con le ginocchia sbucciate per la prima volta in bici senza rotelle.

C’è un segreto nascosto in questa storia. E a me cosa è chiesto? Per ora di accudirlo, di amarlo, di ridere, sbuffare, stimolarlo come posso e lasciarlo anche da parte perché sono stanca o pretesa da Martina, per esempio. Lei non lo dice ma ha bisogno. Sono la sua mamma.

L’innamoramento c’è ed è quello straziato di un’amante alla quale gettano da cavallo l’amato dopo averlo picchiato e lasciato moribondo. La bellezza c’è tutta. La bocca è da baci. La pelle profumata. L’orizzonte futuro invece è inospitale. Non ci si può andare. Manca l’acqua. Credo l’aria, anche. Si soffoca, nel deserto. Allora torniamo indietro. E ci mettiamo quieti accucciati nel presente. A lasciarci educare all’esclusività. All’amore avido di Dio che ci vuole interi. Non un cuore fatto a fette che ogni tanto Gli buttiamo perché ci fornisca il servizio. Il servizio di avere un senso da trasmettere ai figli, il servizio di avere un sommo bene che come basamento conficcato nel terreno possa reggere tutte le nostre ardite costruzioni. Il servizio di assicurarci la certezza di un dopo perché la fame di “sempre” è umana.

Ti ama davvero Dio e quindi ti spezza. Perché se non ti spezzi non Lo cerchi. Se non ti apri non Lo fai entrare. Se non allarghi il cuore a suon di preghiere e digiuni e gioia e bellezza riconosciuta allora a volte ti fa la grazia di mettertici dentro un divaricatore. Se non ti fa martire devi farti monaco.

Forse la risposta provvisoria sarà anche in un dolore che si fa più quieto. Sarà il comporsi in una lotta che urge ma ogni santo giorno e allora deve farsi quotidiana, normale.

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Tags:
malattia
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