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Post Voto: le elezioni del 4 marzo sono state un “fallimento” per la Chiesa?

NUN VOTE
Tiziana FABI I AFP
A catholic nun prepares to vote on March 4, 2018 at a polling station in Rome.
Italians vote today in one of the country's most uncertain elections, with far-right and populist parties expected to make major gains / AFP PHOTO / Tiziana FABI
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La risposta breve è sì, ma poiché è un problema da quasi vent'anni bisogna cercare di capire qualcosa di più. Il nostro contributo...

Ed è interessante in questo senso quello che ha detto monsignor Galantino proprio ieri nella prima riunione post voto del Consiglio permanente della CEI:

“Non è una cosa di oggi – ha risposto il segretario della Cei –. Abbiamo soltanto raccolto i frutti di un trend che esisteva già. Le osservazioni dei vescovi sono andate al di là di una semplice riorganizzazione, anche perché non spetta a noi riorganizzare i laici rispetto a un impegno in un partito piuttosto che in un altro. Questo è grazie a Dio assodato, condiviso non lo so, ma non è il ruolo dei vescovi né definire ruoli dei partiti, né simboli, né andare ad inserirvi dentro altra gente. I vescovi hanno dovuto prendere atto di una insufficiente preparazione e sensibilità anche politica che si è rivelata nei nostri ambienti. E ciò non si deduce soltanto dal fatto che non siano stati eletti dei cattolici in Parlamento”. Il problema secondo Galantino “è molto più ampio”. È importante lavorare ancora di più perché il Vangelo diventi mentalità di Vangelo. Torna dunque il tema della formazione e bisogna investire di più in questo senso” (Avvenire, 21 marzo).

Tornano alla mente le parole del cardinal Camillo Ruini del 18 febbraio, più di un mese fa quindi, che al Corriere della Sera diceva:

Quale Chiesa sta prevalendo? Quella che resiste alla modernità o quella che la asseconda? 
«Fatico a riconoscermi in questa alternativa anche se la comprendo. Secondo me non basta né resistere alla modernità, né assecondarla. Il primo atteggiamento porta il cristianesimo fuori dalla storia, il secondo lo svuota della sua sostanza. Non è facile, ma occorre stare dentro alla modernità per orientarla in senso cristiano, senza subirla passivamente. È la lezione del Concilio Vaticano II».
Le leggi che critica sono passate con un governo che aveva esponenti cattolici in prima fila. Non deve farvi riflettere? 
«Sicuramente. E la principale conclusione da ricavare è che la fede stenta a tradursi in cultura, in capacità di valutazione e di giudizio. Questo è probabilmente uno dei limiti maggiori della formazione che diamo nelle parrocchie e nelle associazioni».
[…]
Il modo in cui la Chiesa tratta l’immigrazione è compreso e condiviso, secondo lei? Non teme che per paradosso possa alimentare la xenofobia? 
«Mi rendo conto che il comportamento della Chiesa incontra critiche e opposizioni. Purtroppo si interpretano come pericoloso buonismo le esigenze della carità cristiana. Così diventa possibile perfino il paradosso che la Chiesa alimenti la xenofobia, alla quale invece la Chiesa è forse il maggior freno. Questo non esclude che uomini di Chiesa sottovalutino i gravami che un’immigrazione troppo massiccia e poco regolata impone alle fasce più umili della popolazione».

Risulta evidente dalle parole tanto di Ruini che di Galantino (ma anche del laico ed ex ministro Riccardi) che il problema non è tanto nella questione dell’unità dei cattolici in unico partito, o di avere un partito unico dei valori cattolici, quanto di essere capace di tradurre in cultura e dunque in azione quella proposta radicale che è il Vangelo. Se c’è un fallimento nella chiesa italiana, un fallimento che non arriva oggi e che è figlio di un cambio di paradigma che non è stato né capito né metabolizzato, è quello di aver pensato che la continuità tra la DC e i suoi eredi a destra (famiglia e bioetica) e a sinistra (accoglienza e solidarietà) fosse un elemento sufficiente e permanente mentre era – nei fatti – la coda lunga della fine della Prima Repubblica, morta con Aldo Moro e con l’incapacità proprio dei democristiani di rinnovare il partito e la politica italiana. Si è creduto che il dato biografico di Matteo Renzi (scout, giovane popolare) fosse sufficiente a garantire quella continuità, addirittura poteva sembrare un passo in avanti: il maggior partito della sinistra egemonizzato dai cattolici. Ma così non è stato e anzi è stato fatto il vuoto nel Partito Democratico di ogni corrente ideologicamente organizzata: la fedeltà è ai capi corrente non a questa o quella idea. Ora che al centro dell’arena sono arrivati i partiti “nuovi” e non gli scampoli di quelli vecchi riassemblati, quel legame, quel cordone ombelicale tra la Chiesa-madre e il laicato-figlio si è interrotto. Sta alla Chiesa (tutta insieme: popolo e vescovi) trovare un modo nuovo di far appassionare i giovani e gli adulti all’impegno sociale e politico, stimolando una nuova generazione di laici a trovare autonomamente la propria via di rappresentazione di quel Vangelo, provando – nuovamente – a fecondare le forze politiche di tutti gli schieramenti, non sarà facile ma è l’unica strada, sarà dura, lunga e difficoltosa, ma è senza alternative…

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