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La figlia di Moro risponde all’ex-BR Balzerani: la verità frantuma la gabbia vittima-carnefice

MORO BALZERANI
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Fare i conti con se stessi e la propria storia può essere un carcere eterno, oppure occasione per mettere mano alle proprie ferite o le proprie colpe desiderando un a carezza di libertà

La ex terrorista, condannata all’ergastolo e tornata libera nel 2011, ora vede aprirsi un fascicolo nei suoi confronti dalla Procura di Firenze per le dichiarazioni fatte. La giustizia deve fare il suo corso, ma è evidente che quelle parole così audaci hanno un interlocutore più radicale del banco umano degli imputati. È un grido indecoroso e sfrontato diretto a qualcuno, un ignoto scrutatore dell’anima, che venga a ricomporre un puzzle scombinato; è un grido alla rovescia, mascherato dalla tenacia di incaponirsi a dire che tutto è chiaro.
La risposta della figlia di Aldo Moro è l’altra faccia della medaglia, è l’ipotesi ferita che la Verità sia una strada e non una sentenza. Quale specie di ironia può far dire a Maria Fida Moro: «Io ho il diritto di dire ‘che palle il quarantennale’, non tu» replicando alla Balzerani? La vittima si permette di estorcere una risata dalla faccenda? Tutt’altro. Si chiama paradosso o rovesciamento ed è l’arma di chi è libero di fronte alla verità. Può permettersi di guardarla a testa in giù, senza distorcerla.
Una figlia che ha visto ucciso il padre può lamentarsi di una ricorrenza di cui avrebbe volentieri fatto a meno e può permettersi di rimandare al mittente la battuta, chiedendo: tu, che liberamente hai scelto di partecipare al gesto che dopo quarant’anni siamo qui a ricordare, ci hai fatto i conti davvero?

La coscienza non va in vacanza, ci segue anche in una SPA di lusso. Così prosegue Maria Fida di fronte al desiderata espresso dalla Balzerani di andarsene all’estero in un resort. È una dritta che vale oltre il caso in sé. Puoi essere in un luogo di pace, ma non essere in pace. Ma poi, è la quiete inerte e abbronzata ciò che ci aspettiamo?
Pilato s’interrogò sulla Verità di fronte a Gesù. Un incontro stimolante genera più pace di una sauna cinque stelle deluxe. Sulla medesima ricorrenza, è andata in scena a Roma una storia diversa: un incontro pubblico in cui erano presenti Agnese Moro e Adriana Faranda. E nelle parole di quest’ultima ex-brigatista s’intravede l’ipotesi di un percorso umano più consono all’esigenze affamate dell’anima: «Quando alla fine riconquisti la libertà, ti rendi conto che quella del carcere è una forma di giustizia ma incompleta. A me non bastava. Quello che sentivo come dovere e anche come desiderio era affrontare fino in fondo il problema della giustizia, ritrovando le persone che erano state colpite, andando a cercare l’altro che avevamo negato» (da Avvenire.it).

Nella triste stanza che ospitò la prigionia di Aldo Moro oggi dormono due bimbe di 7 e 4 anni: è la camera da letto e dei giochi delle figlie della famiglia che abita in via Camillo Montalcini 8, piano 1 interno 1. La realtà è più eclatante di mille parole. Ogni morte può trasformarsi in vita.

Questa è la proposta dietro la Verità che ci renderà liberi.
Invece, la verità che c’imbastiamo in solitudine a nostro uso e consumo non ci renderà liberi né di fronte alle nostre virtù né di fronte ai nostri peccati. In un caso o nell’altro si diventa statue, da venerare o da abbattere. Il torto e la ragione sono gabbie asfissianti. Un refolo d’aria fresca entra nella casa del nostro cuore quando quella benedetta domanda: «Cos’è la verità?» si fa tutt’uno con quella: «Chi sono io?» rivolta a qualcuno che non sia lo specchio. E che stupore, quando vedremo nel volto del nostro interlocutore trapelare l’eco della voce che rispose ai mea culpa di Pietro: «Mi ami tu?».

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Tags:
vittime
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