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La figlia di Moro risponde all’ex-BR Balzerani: la verità frantuma la gabbia vittima-carnefice

MORO BALZERANI

YouTube I Luca Moro - ANTONIO MELITA I CrowdSpark

Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 21/03/18

La ex terrorista, condannata all’ergastolo e tornata libera nel 2011, ora vede aprirsi un fascicolo nei suoi confronti dalla Procura di Firenze per le dichiarazioni fatte. La giustizia deve fare il suo corso, ma è evidente che quelle parole così audaci hanno un interlocutore più radicale del banco umano degli imputati. È un grido indecoroso e sfrontato diretto a qualcuno, un ignoto scrutatore dell’anima, che venga a ricomporre un puzzle scombinato; è un grido alla rovescia, mascherato dalla tenacia di incaponirsi a dire che tutto è chiaro.
La risposta della figlia di Aldo Moro è l’altra faccia della medaglia, è l’ipotesi ferita che la Verità sia una strada e non una sentenza. Quale specie di ironia può far dire a Maria Fida Moro: «Io ho il diritto di dire ‘che palle il quarantennale’, non tu» replicando alla Balzerani? La vittima si permette di estorcere una risata dalla faccenda? Tutt’altro. Si chiama paradosso o rovesciamento ed è l’arma di chi è libero di fronte alla verità. Può permettersi di guardarla a testa in giù, senza distorcerla.
Una figlia che ha visto ucciso il padre può lamentarsi di una ricorrenza di cui avrebbe volentieri fatto a meno e può permettersi di rimandare al mittente la battuta, chiedendo: tu, che liberamente hai scelto di partecipare al gesto che dopo quarant’anni siamo qui a ricordare, ci hai fatto i conti davvero?




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La coscienza non va in vacanza, ci segue anche in una SPA di lusso. Così prosegue Maria Fida di fronte al desiderata espresso dalla Balzerani di andarsene all’estero in un resort. È una dritta che vale oltre il caso in sé. Puoi essere in un luogo di pace, ma non essere in pace. Ma poi, è la quiete inerte e abbronzata ciò che ci aspettiamo?
Pilato s’interrogò sulla Verità di fronte a Gesù. Un incontro stimolante genera più pace di una sauna cinque stelle deluxe. Sulla medesima ricorrenza, è andata in scena a Roma una storia diversa: un incontro pubblico in cui erano presenti Agnese Moro e Adriana Faranda. E nelle parole di quest’ultima ex-brigatista s’intravede l’ipotesi di un percorso umano più consono all’esigenze affamate dell’anima: «Quando alla fine riconquisti la libertà, ti rendi conto che quella del carcere è una forma di giustizia ma incompleta. A me non bastava. Quello che sentivo come dovere e anche come desiderio era affrontare fino in fondo il problema della giustizia, ritrovando le persone che erano state colpite, andando a cercare l’altro che avevamo negato» (da Avvenire.it).

Nella triste stanza che ospitò la prigionia di Aldo Moro oggi dormono due bimbe di 7 e 4 anni: è la camera da letto e dei giochi delle figlie della famiglia che abita in via Camillo Montalcini 8, piano 1 interno 1. La realtà è più eclatante di mille parole. Ogni morte può trasformarsi in vita.

Questa è la proposta dietro la Verità che ci renderà liberi.
Invece, la verità che c’imbastiamo in solitudine a nostro uso e consumo non ci renderà liberi né di fronte alle nostre virtù né di fronte ai nostri peccati. In un caso o nell’altro si diventa statue, da venerare o da abbattere. Il torto e la ragione sono gabbie asfissianti. Un refolo d’aria fresca entra nella casa del nostro cuore quando quella benedetta domanda: «Cos’è la verità?» si fa tutt’uno con quella: «Chi sono io?» rivolta a qualcuno che non sia lo specchio. E che stupore, quando vedremo nel volto del nostro interlocutore trapelare l’eco della voce che rispose ai mea culpa di Pietro: «Mi ami tu?».

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vittime
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