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Una mamma di 5 figli in Vaticano. Anche nella sterilità si è fecondi e la donna è sempre madre

GABRIELLA GAMBINO

Photo Courtesy of Gabriella Gambino | © Santiago Perez de Camino

Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 20/03/18

Siamo arrivati ad un punto tale, che siamo noi donne, ormai, a fare una gran fatica a cogliere le dimensioni del nostro essere, che, se vissute con equilibrio, ci consentirebbero di realizzare davvero le nostre potenzialità. In tal senso, credo sia necessario incominciare a far presente, per esempio, che se le norme che disciplinano la maternità sono spesso inadeguate e in un Paese come l’Italia un terzo delle donne lascia il lavoro alla nascita del primo figlio non è perché le donne hanno sensi di colpa ingestibili, ma perché hanno un bisogno oggettivo, cioè antropologico, di dedicarsi ai figli e di poter vivere questa relazione in pienezza, soprattutto nei primi anni di vita del bambino. L’esserci della mamma, infatti, serve non solo al figlio, ma alla donna, che deve poter elaborare la sua maternità nel tempo. La maternità, infatti, si caratterizza come esperienza interiore unica, un periodo di trasformazione dell’identità femminile, che ha bisogno di pazienza e di tempo. Non si riduce all’istinto materno e ha bisogno di un intenso lavoro psichico, affinché la donna possa elaborare quell’equilibrio prezioso che le consente di imparare ad essere sia donna che madre. Per questo è necessario che la società, la cultura, ma anche la Chiesa, comprendano che andare maggiormente incontro alle necessità della maternità non è solo nell’interesse del bambino, ma prima di tutto delle donne e del loro bisogno antropologico di poter essere madri e donne in pienezza. In questo senso, approfondire gli aspetti fenomenologici dell’essere donna e madre può avere ricadute importanti per salvaguardare la giustizia nella coesistenza sociale, ossia per poter valorizzare e promuovere ciò che spetta alla donna in quanto tale.

E ai nostri ragazzi, così esposti ad ipersessualizzazione da una parte e a stigmatizzazione della gravidanza vista come incidente, effetto collaterale altamente indesiderabile, dall’altra, non stiamo dicendo che anche loro sono un incidente di percorso, che dare la vita è una grande scocciatura? Aborto e contraccezione sembrano strofa e ritornello che ripetono “la vita si può disprezzare e buttare”, proprio in una società, la nostra, stretta nel gelo demografico.

Ma la Chiesa ha da offrire loro il grande tesoro e la bellezza dell’amore coniugale e della sessualità guariti dalla Grazia. Se lo ricorda abbastanza secondo lei?

Non ancora. E’ pur vero che negli ultimi anni le sfide che la sessualità, la maternità, la famiglia e la vita stanno vivendo sono davvero inedite, perché sono sfide istituzionalizzate da un controllo biopolitico della vita umana, attraverso legislazioni complici, che riducono la maternità ad una decisione riproduttiva e che sottovalutano le implicazioni della tecnologia sul significato della genitorialità e del nostro essere figli. Si pensi, per esempio, al fatto che non esistono luoghi di “elaborazione” della sterilità di coppia. Luoghi nei quali l’uomo e la donna possano essere aiutati a comprendere il significato profondo di quella condizione per renderla una sterilità feconda sul piano esistenziale. La tecnologia, invece, che trova una soluzione pratica per ogni problema, anche a costo di sacrificare delle vite umane, ha lo spazio per insinuarsi in maniera pervasiva, medicalizzando tutto e trasformando la sterilità biologica in un potere che, nella cultura, contrappone in maniera altalenante il diritto di non avere figli al diritto al figlio. Ormai anche nella mente delle adolescenti. Mi pare, pertanto, urgente, adoperarci, soprattutto nella Chiesa, affinché riusciamo non solo a formare sotto il profilo bioetico le donne, per renderle consapevoli delle sfide che devono saper riconoscere in relazione al proprio corpo, alla sessualità, alla maternità e al valore della vita, ma anche per saperle accompagnare quando devono compiere scelte che hanno ricadute etiche importanti sulla loro esistenza. Formare sacerdoti, operatori pastorali, educatori e genitori è un’emergenza. Le donne devono ritrovare la consapevolezza di essere le autentiche custodi della vita umana e non avere paura della propria maternità. In fondo, come leggevo in un bellissimo libro su Maria, l’uomo e la donna sono coloro senza il cui coraggio nemmeno Dio potrebbe avere dei figli. La capacità e la gioia di generare in un orizzonte di libertà e responsabilità, consapevoli del valore inviolabile di ogni vita umana, è il dono meraviglioso che Dio ci ha fatto.  E’ ora che ricominciamo ad annunciare questa gioia dentro e fuori la Chiesa.

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chiesacultura della vitavocazione femminile
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