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Una mamma di 5 figli in Vaticano. Anche nella sterilità si è fecondi e la donna è sempre madre

GABRIELLA GAMBINO

Photo Courtesy of Gabriella Gambino | © Santiago Perez de Camino

Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 20/03/18

Il femminile, infatti, ha la capacità di rimuovere quell’efficientismo maschile che stanca l’essere umano, che invece ha bisogno di sentirsi rigenerato nella sua identità filiale. In tal senso, un aspetto altrettanto importante è il ruolo che possono avere le donne nel riportare al centro della Chiesa la consapevolezza che siamo Figli di Dio. In fondo ogni madre, con il suo esserci, ricorda al proprio figlio che alla radice del suo esistere c’è un padre. Così la donna, con il suo essere nella Chiesa, può mostrare all’uomo contemporaneo, chiuso nel suo razionalismo e individualismo autoreferenziale, che all’origine della sua vita c’è il grande amore del Padre per ciascuno di noi. C’è un desiderio di Dio. Questa consapevolezza può restituire al mondo la fede, ossia la capacità di ogni uomo di fidarsi di Dio, e con la fede anche una maggiore solidità morale.  La fede autentica muove il soggetto ad un impegno coerente di vita. Lo sappiamo per esperienza: dall’idea di Dio che un padre e una madre trasmettono ai propri figli si genera l’idea di libertà che contrassegnerà la loro vita morale. Che non è affatto, come oggi si crede, quella condizione che si crea quando abbandoniamo i nostri figli nel labirinto delle proposte ideologiche e culturali, senza indicare loro una direzione, ma piuttosto quando li aiutiamo a saper distinguere, ascoltare e così rispondere alla proposta d’Amore che Dio rivolge a ciascuno di loro per poter dire di sì alla loro vocazione.

GABRIELLA GAMBINO
Photo Courtesy of Gabriella Gambino | © Santiago Perez de Camino

Le donne, custodi della vita e delle relazioni: vediamo l’uomo prima dell’uomo, anche senza essere madri biologiche. Archetipo o stereotipo?

(“Alla luce del «principio» la madre accetta ed ama il figlio che porta in grembo come una persona. Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea, a sua volta, un atteggiamento verso l’uomo – non solo verso il proprio figlio, ma verso l’uomo in genere -, tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna. Si ritiene comunemente che la donna più dell’uomo sia capace di attenzione verso la persona concreta e che la maternità sviluppi ancora di più questa disposizione”.  Mulieris dignitatem, VI, 18)

Il maschile e il femminile non sono stereotipi, ma archetipi, sono cioè dimensioni ontologiche in cui si manifesta l’essere umano, come uomo o come donna. Dimensioni profonde, che riflettono il modo di essere maschile e femminile di Dio. E che per questo possono realizzarsi in pienezza solo nella reciprocità e nella ricerca dell’armonia. La maternità e la paternità, pertanto, sono dimensioni antropologiche, non sono né interscambiabili, né sostituibili e stanno alla base di quel codice materno e di quel codice paterno che strutturano l’identità di ogni figlio.




Leggi anche:
“Grazie a te, donna”, la straordinaria lettera di Giovanni Paolo II alle donne di tutto il mondo

La maternità, in particolare, appartiene in maniera co-sostanziale alla donna: ella è costituita, cioè, secondo quella capacità che concerne la sua essenza e che è un dono, un privilegio, che la rende capace di una relazione profonda con l’essere umano. La stessa espressione che si usava un tempo con riferimento alla gravidanza come stato inter-essante esprime una condizione (inter-esse) tra due soggetti, una relazione in sé. Che è ciò che rende la donna strutturalmente capace di cogliere la presenza dell’altro e il significato profondo del suo esserci. In proposito, trovo che oggi sia necessario, più che mai, che la donna si assuma il compito di riportare nella Chiesa e nella società il senso autentico del sacrificio come sacrum-facere, come saper rendere sacra la realtà dell’uomo. L’incapacità di cogliere il senso del sacro è, infatti, ciò che rende difficile proteggere la vita umana e far comprendere il valore profondo del corpo, della sessualità e della sofferenza.

La maternità oggi è messa di lato, anzi dietro, a rincorrere la concitazione di una società impostata su un efficientismo per nulla “tarato” sui tempi dell’essere umano e della vita. Soprattutto perché ogni uomo si forma e nasce nel ventre della sua mamma, con calma. E una volta nato ha bisogno di presenza, vicinanza, tempo. Tantissimo tempo: non attacca più la storia del “tempo di qualità”. Non è la prima qualità del tempo delle madri e dei bambini la quantità? L’esserci?

E noi donne normali oggi, tirate da tutti i lati, siamo schiacciate dalla fatica e dai sensi di colpa. C’è qualcosa che dobbiamo chiedere alla società e alla Chiesa perché le nostre femminilità e maternità siano vivibili, per il bene dei figli e di tutti?

Credo che il primo passo dovrebbe essere quello di provare a conoscere e comprendere quelle dimensioni della femminilità e della maternità che sono costitutive della donna e che, solo se valorizzate, ne consentono il pieno sviluppo. Nel mondo occidentale, per esempio, attraverso la legislazione e la cultura dominante, il femminile sta perdendo il proprio portato simbolico, soprattutto in relazione alla maternità, e ciò rischia di danneggiare e snaturare le donne. La sostituzione e la frammentazione della maternità con le tecnologie riproduttive ne è la più evidente espressione, così come la rinuncia alla maternità per abbracciare opportunità professionali altrimenti impossibili. La filosofia per secoli ha accantonato il pensiero della nascita, occupandosi solo della morte, e ciò ha contribuito a rimuovere l’idea che si nasce da un corpo di donna, con tutte le conseguenze che ne sono derivate sul piano sociale, culturale, giuridico ed economico.

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chiesacultura della vitavocazione femminile
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