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Accade in Cina. Scoprono di essere stati nella stessa foto da sconosciuti, 11 anni prima del matrimonio

YE AND XUE CHENGDU
Ye Chengdu / Fair Use
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Sposarsi è per lo stupore di un incontro che vorresti eterno e che bastava un attimo perché non accadesse. Ma ci vuole molta ironia per stare assieme tutti i giorni

«Ma dove sei?» è questa la frase più frequente, pronunciata con tono perentorio e urlante, che mio marito si sente rivolgere al telefono. Ed è ovviamente colpa sua, perché fa tardi, perché non c’è quando serve, perché non avvisa, perché sono sola a casa coi bambini. Perché.

Sono lontani i tempi del fidanzamento in cui, con gli occhi languidi, gli chiedevo: «Chissà dov’eri tu il giorno in cui ho mollato quello là ed ero convinta, disperata, di non trovare più nessuno?».

Rovesciamo la prospettiva. «Guarda che so che ci sei, anche se non parli in continuazione» è questa la frase più frequente, pronunciata con tono perentorio e sardonico, che mi sento rivolgere da mio marito, visto che appena oltrepassa la soglia di casa gli rovescio addosso ogni sillaba del mio flusso di coscienza. Sono lontani i tempi del fidanzamento in cui, con occhi brillanti, mi diceva: «Pensa se non ci fossimo trovati per caso a quella mostra! Non saremmo qui adesso».

Il matrimonio si fonda sullo stupore di un incontro che vorresti eterno, e si fonda sull’ironia di sbattere addosso a quell’incontro per i corridoi di casa tutti i giorni della vita. È fare i conti con la cosa più bella, sbuffando perché è così persistente, vincolante, indissolubile.

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