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Litigare sulla data di Pasqua: uno sport antico e molto istruttivo

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Come la Chiesa sia giunta a elaborare il sofisticato computo della sua festa principale – che tiene conto dell'equinozio di primavera come memoria della creazione, del plenilunio come memoria della Pasqua ebraica e della domenica come memoria delle risurrezione – è questione lunga e appassionante, cui presero parte imperatori angosciati. Non ci credete? Forse perché non v'immaginate come diventa difficile da reggere un mondo in cui alcuni digiunano e altri banchettano. O forse è una terribile icona del nostro mondo?

E in questo meraviglioso II secolo – Cattaneo lo ricorda puntualmente – aveva già preso a consumarsi la frizione tra le comunità più visceralmente legate alla primitiva prassi giudaico-cristiana e quelle che gradatamente ma decisamente se ne stavano affrancando. Che succedeva? Alcune comunità, in particolare quelle orientali legate alla tradizione giovannea, celebravano una pasqua già schiettamente cristiana (legata alla presidenza del Vescovo locale), e la celebravano il 14 di Nisan, in concomitanza con quella giudaica. Intervennero fondamentalmente due ordini di ragioni:

  1. il primo è che, al pari di ogni data fissa, anche il 14 Nisan può cadere in qualunque giorno della settimana, e dunque raramente di domenica;
  2. il secondo è che in taluni ambienti montavano forti sentimenti antigiudaici che chiedevano distinzione su tutti i fronti della fede e del culto divino.

Due precisazioni s’impongono, a mo’ di corollario, data la natura delicata del tema “antigiudaismo”:

  1. la prima è che spesso le comunità più anti-giudaizzanti erano geopoliticamente assai prossime a quelle più giudaizzanti (così l’Apocalisse e alcuni passaggi della lettera ai Galati, ad esempio, offrono modo di apprezzare lo scontro tra i giudaizzanti d’ascendenza giovannea e gli ellenisti di conio paolino);
  2. la seconda è che tale repulsione dovette essere senza dubbio reciproca, tra cristiani e giudei, essendo i due gruppi percepiti già dall’editto di Claudio come un amalgama confuso dilaniato da piccole eresie (tra cui il cristianesimo nascente): personaggi come Ignazio d’Antiochia arrivavano già precocemente a dichiarare di poter francamente fare a meno perfino delle scritture giudaiche, dato che il cristianesimo era un’altra cosa (e se il lemma “cristiani” nacque proprio ad Antiochia – At 11, 26 – il nome “cristianesimo” è forse un neologismo dello stesso Ignazio – Magnesii 10, 3; Romani 3, 9; Filippesi 6, 3).

Roma si trovava, come anche in altri casi, a metà tra sensibilità opposte, e questo le ha permesso (spesso, non sempre) di tenere un certo equilibrio di giudizio: lo si vede nel caso di Policarpo di Smirne, che verso il 160 venne a Roma e conferì con papa Aniceto riguardo alla condotta da tenere per la data di Pasqua. I due esposero le loro ragioni (a Roma s’era adottata da un po’ la consuetudine di celebrarla la domenica dopo il 14 Nisan, per restare aderenti al dato cronologico e non perdere il nesso con l’eucaristia domenicale) e nessuno dei due convinse l’altro: diciamo che si convinsero entrambi del fatto che ciascuno aveva le sue ragioni e che si poteva soprassedere sulla questione. Eusebio annota che Aniceto lasciò a Policarpo l’onore di presiedere le celebrazioni in sua vece, in segno di comunione e amicizia.

La frizione fu parecchio più ruvida qualche decennio dopo, quando era Papa l’africano Vittore, che si trovava a dover gestire una noia di quelle complicate: era infatti spuntato il solito tradizionalista – quello si chiamava Blasto – che vuole spiegare al Papa come si fa il Papa accusandolo di star pervertendo «la messa di sempre». Blasto dunque faceva vigorosa campagna per l’uso quartodecimano (la cui antichità era percepita come autorevole in sé, a fronte delle “arbitrarie innovazioni” della “Chiesa modernista”), e Vittore – il primo che dalle reazioni muscolari definiremmo già “Papa Re” – si stava decidendo a scomunicare il piantagrane e, insieme con lui, tutti i partigiani dell’uso quartodecimano. A guardarla da oggi, la disputa poteva sembrare irrisoria, eppure a parlarci di Blasto non è solo il solito Eusebio, ma anche contemporanei africani come Tertulliano: insomma, non c’era la blogosfera ma sulla questione dovettero animarsi “bei flame. Vittore aveva consultato i Vescovi italiani e quelli delle regioni limitrofe, e quasi tutti erano d’accordo con lui: la scomunica era questione di formalità. A scongiurarla (e ad evitare una frattura ben peggiore della perdita del solo Blasto) fu il buon Ireneo, che stava a Lione e – da bravo “francese” – praticava i costumi liturgici occidentali, ma che era pur sempre asiano, d’origine, e dunque ben capiva l’attaccamento dei quartodecimani alle loro usanze. Sembra che Vittore si sia lasciato persuadere a soprassedere.

Comunque, più o meno antigiudaici che fossero, i cristiani cominciarono a rendersi conto del fatto che il calendario giudaico (a base lunare) risultava spesso troppo approssimativo. Furono quindi elaborati diversi computi, e ci resta memoria in particolare del computo alessandrino, basato su un ciclo di 19 anni; e di quello romano, basato su un ciclo di 84 anni. Roma stessa, tuttavia, lasciava che fosse il Vescovo di Alessandria a dare notizia della data pasquale (nelle già ricordate “lettere festali” diramate il 6 gennaio, cioè a Natale), e quindi di fatto si adeguava al computo alessandrino. Il risultato è che i quartodecimani, in senso stretto, diventarono un’esigua minoranza di “conservatori”, perché le istanze di molti “conservatori moderati” furono soddisfatte dai nuovi computi.

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