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Litigare sulla data di Pasqua: uno sport antico e molto istruttivo

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Come la Chiesa sia giunta a elaborare il sofisticato computo della sua festa principale – che tiene conto dell'equinozio di primavera come memoria della creazione, del plenilunio come memoria della Pasqua ebraica e della domenica come memoria delle risurrezione – è questione lunga e appassionante, cui presero parte imperatori angosciati. Non ci credete? Forse perché non v'immaginate come diventa difficile da reggere un mondo in cui alcuni digiunano e altri banchettano. O forse è una terribile icona del nostro mondo?

Insomma, non mi sembra che i dati in nostro possesso sostengano la lettura di Cattaneo, che quanto all’origine della festa pasquale afferma:

[…] essa non è vincolata alla data storica della morte di Cristo, e quindi neppure alla data precisa della Pasqua ebraica. […] Questo legame, non cronologico ma contenutistico, tra la Pasqua e la Cena del Signore, fa sì che la Pasqua cristiana risulti indipendente da una precisa cronologia […].

E. Cattaneo, La data della Pasqua nella Chiesa antica, 531

Lo stesso Vangelo di Giovanni, proprio col suo preciso riferirsi a Gesù, dall’inizio alla fine, come «l’Agnello di Dio» (1, 29) «a cui non sarà spezzato alcun osso» (19, 36), cambia addirittura calendario per far cadere agli occhi del lettore l’immolazione di Cristo (e la Pentecoste stessa! – 19, 30) in perfetta coincidenza con «la festa dei giudei» (2, 13; 6, 4; 11, 55).

Il dato storico incontrovertibile, invece, è che la prima festa cristiana di cui abbiamo notizia certa sia la domenica, e la domenica venne chiamata così proprio perché è “il giorno dopo il sabato”, quel giorno che è memoria della risurrezione in cui viene celebrato il memoriale della Pasqua – che è insieme passione, morte e risurrezione.

L’ipotesi più semplice è che forse fin da subito le comunità apostoliche, ancora prevalentemente giudaiche, abbiano continuato a celebrare la Pasqua giudaica (gli Atti attestano più volte le visite cultuali degli apostoli al Tempio, dopo la risurrezione di Gesù), ma sviluppando parallelamente la cadenza settimanale della domenica. Questo deve aver portato (abbastanza presto, ma sicuramente con una fase decisiva tra il sacco di Gerusalemme del 70 d.C. e la distruzione della città e del Tempio nel 130 d.C.) alla celebrazione di una Pasqua non templare e – lentamente – sempre meno giudaica.

Una conferma in tal senso si trova nel fatto che proprio dopo questo termine, cioè verso la metà del II secolo, cominciano le fisiologiche frizioni per la distinzione delle due festività. Giustino stesso (Cattaneo dice che il filosofo non parla della Pasqua… ma non ne parla nelle Apologie…) compie nel Dialogo una importante identificazione tipologica in forma di proporzione: come l’agnello giudaico sta alla Pasqua ebraica, così Cristo sta all’eucaristia cristiana – ma Cristo è l’agnello, e dunque l’eucaristia è la vera Pasqua.

Coloro che si salvarono in Egitto quando perirono i primogeniti degli egizi dovettero la loro salvezza al sangue dell’agnello pasquale con cui erano stati bagnati gli stipiti e l’architrave delle porte. L’agnello pasquale era Cristo, colui che poi fu sacrificato, secondo quanto disse Isaia: «Fu condotto come una pecora al macello» [Is 53, 7]. E sta scritto anche che lo prendeste [il Dialogo è con un ebreo, per questo l’autore parla alla seconda persona plurale, N.d.R.] il giorno di Pasqua e sempre il giorno di Pasqua lo crocifiggeste. Orbene, così come quelli che erano in Egitto furono salvati dal sangue dell’agnello pasquale, così anche i credenti saranno liberati dalla morte dal sangue di Cristo. Si sarebbe sbagliato Dio se non avesse trovato il segno sulla porta? No di certo. Annunciava invece la salvezza che sarebbe venuta al genere umano dal sangue di Cristo.

Giustino, Dialogo 111, 3-4

Da questo punto in poi (a mio avviso) l’articolo di Cattaneo torna pienamente condivisibile, e le sue ricchezze vanno ben al di là di qualche (pur non trascurabile) dettaglio di disputa accademica: anzi penso che forse già in Melitone di Sardi (morto prima del 189 d.C.), che Cattaneo ricorda in una nota, si trovi una profonda convergenza. La sua Omelia sulla Pasqua è infatti principalmente una lettura tipologica della Pasqua giudaica:

Al posto dell’agnello è venuto il Figlio

e al posto della pecora l’uomo

e nell’uomo Cristo, che tutto contiene.

L’uccisione dunque della pecora

e il sacrificio dell’agnello

e la scrittura della Legge

hanno trovato compimento in Gesù Cristo;

in vista di lui tutto accadde nell’antica legge,

e a maggior ragione nel nuovo Verbo.

La legge infatti è divenuta Verbo,

e l’antico nuovo

– poiché entrambi vengono da Sion e da Gerusalemme –

e il comandamento grazia

e la figura realtà,

e l’agnello Figlio

e la pecora uomo

e l’uomo Dio.

Come Figlio infatti fu generato

e come agnello portato al sacrificio

e come pecora immolato

e come uomo seppellito,

ma risorse dai morti come Dio,

essendo per natura Dio e uomo.

Melitone di Sardi, Omelia, 5, 1-24

Cose meravigliose… pare incredibile che tale lucidità (anche dogmatica) si avesse in pieno II secolo, ancora prima di Ireneo, Tertulliano e Origene.

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