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Litigare sulla data di Pasqua: uno sport antico e molto istruttivo

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 16/03/18

Come la Chiesa sia giunta a elaborare il sofisticato computo della sua festa principale – che tiene conto dell'equinozio di primavera come memoria della creazione, del plenilunio come memoria della Pasqua ebraica e della domenica come memoria delle risurrezione – è questione lunga e appassionante, cui presero parte imperatori angosciati. Non ci credete? Forse perché non v'immaginate come diventa difficile da reggere un mondo in cui alcuni digiunano e altri banchettano. O forse è una terribile icona del nostro mondo?

Mentre lo scorso 6 gennaio ascoltavo in chiesa l’annuncio del giorno di Pasqua (una bella prassi che riproduce in tutto il mondo la consuetudine delle lettere festali alessandrine) realizzavo che quest’anno si potrà dire di come Gesù abbia fatto ai suoi crocifissori, giudei e romani, un gran bel pesce d’aprile, anzi – e sorridevo pensando al noto anagramma paleocristiano ΙΧΘΥΣ [“ichthys”, alla lettera “pesce”, ma le cui iniziali indicano la professione di fede “Gesù Cristo [è] Figlio di Dio [e] Salvatore”] – bisognerà approntare qualche meme adeguato, tipo un post-it col segno stilizzato del pesce, antico simbolo esoterico cristiano, che il Risorto avrebbe lasciato sulla mensola del loculo… E invece, proprio pochi giorni fa ho visto che Corrado Guzzanti aveva rovesciato sarcasticamente lo spunto, facendo dire al suo irriverente Padre Pizarro (per molte altre cose lucidissimo): «E pe’ ’na vorta casca ggiusta… er primo aprile» – intendendo con ciò che la Pasqua sarebbe poco più di una grande burla. Poverini: «Costoro bestemmiano ciò che ignorano», direbbe la Scrittura per bocca di Giuda (Gd 10) e di Paolo, perché «vivono senza speranza» (1Tess 4, 13). Toccherà pregare (ma veramente, come raccomanda il Papa!) che possano incontrarlo, un giorno o l’altro, il Signore Risorto…


ST JOSEPH,THE WORKER CARPENTER, JESUS,CHILDHOOD OF CHRIST

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Frattanto ci siamo consolati con un bellissimo articolo del professor Enrico Cattaneo, gesuita e docente al Pontificio Istituto Orientale di Roma, che nelle pagine de La Civiltà Cattolica ci ha regalato un’avvincente rassegna su «La data della Pasqua nella Chiesa antica». Tema complesso e affascinante quanto pochi altri, data la relativa scarsità delle fonti rispetto a una prassi che doveva essere, al contempo, molto più vasta e molto più variegata di quanto i pochi cenni che abbiamo rendano l’idea.

Ma procediamo con ordine, e prendiamo anzitutto il tema: come mai la data della Pasqua è mobile mentre altre date, a cominciare da quella del Natale, sono fisse? La domanda è più che legittima, se si pensa che appunto nel cuore del tempo di Natale (cioè il 6 gennaio, che in alcune tradizioni liturgiche era – ed è – Natale stesso!) viene dato l’annuncio del giorno di Pasqua, e questo già dall’antica prassi alessandrina ma fino alle disposizioni romane tuttora valide nel mondo intero.

La difficoltà del tema è poi ampliata da tre fattori, a loro volta connessi tra loro:

  1. in antico non esisteva alcunché di simile alla Congregazione per il Culto Divino;
  2. le fonti che abbiamo ci testimoniano una forchetta di divergenze piuttosto apprezzabile, nei riti (e proprio per questo diventano, relativamente, “poche”);
  3. abbiamo ragione di ritenere, estrapolando i dati che abbiamo sulle vaste zone lasciate in ombra dalla documentazione, che all’interno di una sostanziale conformità sussistesse una varietà formale importante.

L’articolo di padre Cattaneo rende opportuna ragione di questa complessità e riporta cose utili e importanti: c’è di che nutrire l’erudizione e la pietà, nonché quel “bonsensus fidelium” in cui sussiste buona parte del più celebrato “sensus fidelium. Ma perché con tutti questi elogi non si pensi che io stia facendo pubblicità alla Rivista, mi permetto di avanzare anzitutto un paio di punti di critica all’articolo.

Anzitutto, mi pare che padre Cattaneo passi troppo in sordina l’assoluta priorità cronologica della domenica su tutte le feste cristiane: dice bene, il Professore, che

Gesù non stabilisce né il luogo, né la data, né la frequenza di questo “memoriale”, ma lo dà come un ordine da eseguire («Fate questo!»), legato alla sua persona. Toccherà agli apostoli interpretarlo e applicarlo.

E. Cattaneo, La data della Pasqua nella Chiesa antica, in La Civiltà Cattolica 4026, 531

È tutto vero, però non bisogna trascurare né che “il giorno dopo il sabato” viene indicato come giorno di sinassi fin dagli scritti canonici del Nuovo Testamento (1Cor 16, 1-2, ma anche Lc 24, 13, Gv 20, 1.19.26 e At 20, 7) – e difatti questo Cattaneo lo dice, benché solo in nota – né che gli stessi scritti canonici diano proprio a quel giorno il nome di “del Signore” (Ap 1, 10). Va bene, si potrà obiettare che l’Apocalisse non è un testo antichissimo, all’interno del Canone, che fu recepito con parecchie resistenze e che non sappiamo di quante e quali comunità, precisamente, fosse l’espressione storica originaria; però la Didaché – sicuramente più antica dell’Apocalisse e molto diffusa, benché poi non confluita nel Canone – comincia il quattordicesimo capitolo proprio con la scarna e chiara istruzione:

Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.

Didaché, 14, 1

Forse qualcuno si chiederà perché io insista sul punto: il fatto è che proprio dall’elezione del “giorno dopo il sabato” come il “giorno del Signore”, in cui praticamente tutte le comunità si riuniscono per “frazionare il pane”, proprio da ciò si capisce il nesso teologico tra l’eucaristia e la Pasqua. Quando dunque Paolo dice “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1Cor 5, 7) non mi pare tanto che intenda distinguere liturgicamente una Pasqua cristiana da una Pasqua giudaica, come sembra intendersi dall’articolo, quanto piuttosto che identifichi il Crocifisso con “il vero agnello”, e quindi – giudaicamente – il pasto eucaristico con il pasto pasquale. Insomma, poiché Cristo è la vittima immolata (e Cattaneo indica puntualmente che il verbo usato – in tutto l’epistolario paolino torna solo qui – è specificamente cultuale e sacrificale), Cristo stesso può essere chiamato “Pasqua” così come veniva correntemente chiamato l’agnello stesso – «È la Pasqua del Signore» (Es 12, 11) – e dunque il pane spezzato è la Pasqua come l’agnello. Anzi, il riferimento esplicito agli azzimi sembra sostenere una lettura allegorica della Pasqua giudaica (Corinto è città grande ed ellenistica, nel I secolo d.C., ma la comunità cristiana è caratterizzata da un forte sostrato giudaico).

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