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Me ne sono andata in Francia per scappare da Dio, invece Lo stavo cercando

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MIENMIUAIF - MIA MOGLIE ED IO - pubblicato il 16/03/18

Finalmente ero in un paese laico, libero, davvero civile, non come l'Italia, retrograda e bigotta, pensavo. Ma mi ero sbagliata. Che rivoluzione, la conversione!

di Elena Biondi

Sono arrivata in Francia a ventitré anni grazie a uno scambio fra la mia università e quella di Tolosa e fin dall’inizio del mio soggiorno avevo un solo desiderio: lasciarmi tutto alle spalle e non tornare più indietro. Vedevo l’Italia come una terra arretrata e bigotta, un luogo dominato dall’influenza nefasta della Chiesa che l’aveva tenuta ancorata al passato.

Per questo motivo, come capii con chiarezza solo anni dopo, fra le tante mete possibili avevo scelto proprio la Francia, paese in anticipo su molte mode e tendenze. Già allora (siamo negli anni 90) la vigorosa tradizione laica e anticlericale aveva segregato la religione all’ambito privato della vita delle persone, per farla il più delle volte sparire definitivamente dal panorama sociale ma anche dal cuore della gente, dato che una fede non più annunciata non è neanche pienamente vissuta. Proprio perché la Chiesa vi faceva sentire molto meno la sua presenza, rispetto all’Italia, questo paese per me rappresentava idealmente un luogo civile e avanzato, ovvero tutto il contrario di quello da cui provenivo. Adesso fatico a ricordare il mio stato d’animo di allora poiché, come ho scritto altrove, in seguito – per mia somma fortuna – il Signore mi ha fatto comprendere l’errore in cui ero caduta.

Tornando alla “me” di quegli anni, ricordo che coltivavo questo rancore, travestito da indifferenza, per rivolta verso la mia famiglia che mi aveva appunto dato un’educazione cattolica. I motivi sarebbero complicati da spiegare nei dettagli: una ribellione adolescenziale mal gestita e ravvivata da amici e insegnanti anticlericali e relativisti. Inutile sviscerare quei soliti cliché, che avevo assorbito come idee originali e verità assolute: Galileo, le crociate, Giordano Bruno, l’inquisizione

In una parola, secondo questi discorsi di cui mi ero abbondantemente nutrita, tutte le opinioni andavano bene indistintamente, tranne ovviamente quelle cattoliche. Queste idee mi avevano formata in profondità, orientando la mia visione del mondo proprio negli anni in cui stavo elaborando una mia identità. L’educazione cattolica che la mia famiglia mi aveva impartito aveva dunque finito di rappresentare ai miei occhi la fonte di tutti i mali, avendo represso – così credevo – il meglio di me. Emigrando in Francia cercavo di ritrovare quella libertà che secondo me una Chiesa oppressiva mi aveva fino ad allora sottratto. Fu così che presi il treno e, senza conoscere una parola di francese, sbarcai a Tolosa in un giorno di fine agosto.

Non voglio però fare di tutta l’erba un fascio: in quello slancio verso l’esterno – e l’estero -, in quel desiderio di uscire dalla gabbia c’era anche qualcosa di molto positivo. C’era una spinta letteralmente irreprimibile a conoscere cose sempre nuove e ad ampliare i miei orizzonti con esperienze reali, esperienze che nessun libro – lo sapevo bene – avrebbe potuto sostituire. Anni dopo, seguendo corsi di teologia, ho appreso che “cattolico” deriva dall’espressione greca katà òlos, che si può tradurre proprio con “universale”. Il cattolico è – deve essere – aperto alla realtà, una realtà vista come un tutto unico ma con mille sfaccettature, tutte da esplorare.

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