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Facebook censurerà la Settimana Santa?

PIETA

Public Domain

El Greco's Pietá, painted between 1578 et 1585.

Daniel R. Esparza - pubblicato il 15/03/18

“Non permettiamo annunci con contenuto offensivo o sensazionalista, inclusi annunci che rappresentino violenza o minacce di violenza”

Che Facebook abbia censurato delle opere d’arte – da statuine della fertilità del Paleolitico a fotografie iconiche del XX secolo – non è una cosa nuova, ma ora ci sono indizi concreti della censura che la maggiore rete sociale del mondo potrebbe esercitare su alcune delle immagini cristiane più tradizionali.

Iniziamo con quello che già sappiamo.

Nel dicembre scorso, il Museo di Storia Naturale di Vienna ha scoperto che una statuetta di 25.000 anni fa – la famosa Venere di Willendorf, un simbolo paleolitico della fertilità – era “pornografica”. Quando Laura Ghianda ha cercato di pubblicare una foto della Venere su Facebook nel 2017 le è stato proibito, visto che a quanto pare l’immagine violava la politica sulla nudità dell’impresa.

La risposta del museo è stata piuttosto diretta. Sul suo profilo Facebook, l’istituzione ha scritto: “Per 29.500 anni è stata mostrata come un simbolo preistorico di fertilità senza veli. Ora Facebook l’ha censurata e ha deluso la comunità (…). Un oggetto archeologico, soprattutto uno così significativo, non dovrebbe essere censurato su Facebook per via della sua ‘nudità’, come non dovrebbe accadere ad alcuna opera d’arte”.

Anche se il museo ha condiviso la questione nel gennaio 2018, la storia è diventata nota solo dopo che vari mezzi di comunicazione specializzati in arte hanno iniziato a riferirla. The Art Newspaper è stato il primo di molti, con un lungo articolo scritto da Aimee Dawson il 27 febbraio.

Facebook ha finito per scusarsi, spiegando che anche se la sua politica non permette neanche un accenno di nudità “si fa un’eccezione nel caso delle statue, per cui la pubblicazione avrebbe dovuto essere approvata”.

Non sembra essere però il caso di altre forme d’arte: Facebook ha censurato anche degli artisti di strada tedeschi, Courbet (il caso è arrivato in tribunale), Gerhard Richter, Evelyne Axell e perfino la famosa scultura di Edvard Eriksen de La Sirenetta (suscitando l’indignazione della Danimarca), tra gli altri casi. Se i media specializzati si chiedevano se Facebook fosse “troppo conservatore nei confronti dell’arte contemporanea”, il caso della Venere di Willendorf spiega che non è una questione relativa solo alle espressioni artistiche contemporanee.

La nudità non è comunque l’unica cosa censurata da Facebook. Come ha spiegato Tim Schneider in un articolo pubblicato su ArtNet, la censura “fa parte del DNA di Facebook”. Per l’autore, è un problema tanto umano quanto di macchine: “La colpa è sia delle macchine che degli esseri umani. Gran parte del processo di revisione dei contenuti di Facebook viene svolto da algoritmi, come sa bene chiunque abbia seguito la questione delle ‘fake news‘. Ecco un estratto importante sulla nudità appartenente al libro The Four, di Scott Galloway, che tratta del quartetto di giganti tecnologici che oggi riconfigurano aggresivamente la nostra vita:

‘Uno spazio digitale ha bisogno di regole. Facebook ha già delle regole: è diventata famosa la sua eliminazione dell’immagine iconica di una bambina nuda che fugge dal suo villaggio in fiamme durante la Guerra del Vietnam. Ha anche eliminato una pubblicazione del Primo Ministro norvegese che criticava le azioni di Facebook. Un editore umano avrebbe riconosciuto l’immagine come l’emblematica fotografia bellica che è. L’Intelligenza Artificiale (IA) no’”.

È chiaro che bisogna lavorarci su, e molto, ma con l’avvicinarsi della Pasqua forse Facebook dovrà insegnare alla sua IA che le immagini tradizionali della Passione di Gesù forse non possono essere considerate esattamente di “contenuto offensivo o sensazionalista”, o rappresentanti “violenza o minacce di violenza”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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