Ricevi Aleteia tutti i giorni
Comincia la tua giornata nel modo migliore: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!
Aleteia

Il riposo senza verità di Aldo Moro è una sconfitta per l’Italia

ALDO MORO
Public Domain
Condividi

Venne meno la Prima Repubblica quel giorno, e così venne meno la capacità della politica di lavorare insieme

Un quadro politico incomprensibile oggi

In questi giorni che hanno anticipato la commemorazione, abbiamo visto il peggio dell’intellighenzia italiana ricordare gli eventi dal solo punto di vista dei brigatisti. Solo loro sono stati ascoltati, solo loro sono stati giustificati, quasi che fosse colpa di Moro, di Bachelet, di Biagi essersi fatti ammazzare e che – in fondo – bisognasse capire le ragioni dell’eversione. No. Non ci sono ragioni che tengano in uno stato democratico. Tra l’altro proprio Moro che aveva capito che solo un coinvolgimento di tutti avrebbe sanato le piaghe di trent’anni di potere incontrastato della DC venne ucciso proprio per quel motivo, vanificando ogni tentativo di reale rigenerazione della politica da un lato, e responsabilizzazione di tutti i partiti dall’altro. Erano altri tempi, la Guerra Fredda non permetteva una alternanza reale tra DC e PCI, ma la via stretta del Governo tra le due grandi chiese politiche era l’unico modo per evitare quella degenerazione che vediamo ancora oggi, in cui la qualità del personale politico è bassissima, dove non ci sono più partiti di massa, dove la democrazia interna di queste organizzazioni è spesso discutibile, dove non c’è nessun pensiero alto e di lungo periodo a guidare le singole formazioni. E dove non c’è più riconoscimento reciproco.

Un quarantennale dalla parte degli aguzzini

Allora davvero Moro è stato ucciso nel 1978, con lui la parte migliore della democrazia italiana, e continua a morire oggi nel tatticismo dei partiti. Ma è stato davvero ulteriormente ucciso da trasmissioni a senso unico come Atlantide su La7 che ha dedicato due puntate al Sequestro Moro e nemmeno un minuto ai parenti delle vittime, a cominciare dalla scorta. Per questo noi lo sfogo di Maria Fida Moro, la figlia dello statista democristiano in risposta ad un post della ex brigatista Barbara Balzerani:

Anche l’ex brigatista Raimondo Etro ha voluto rispondere alla Balzerani, con parole durissime

«Le Brigate rosse hanno rappresentato l’ultimo fenomeno di un’eresia politico-religiosa che nel tentativo maldestro di portare il Paradiso dei cristiani sulla terra… ha creato l’Inferno.. Inoltre lei dimentica che chi le permette di parlare liberamente… è proprio quello Stato che noi volevamo distruggere… così pregni di quella stessa schizofrenia che al giorno d’oggi affligge i musulmani che da una parte invidiano il nostro sistema sociale, dall’altra vorrebbero distruggerlo». E la chiusa è altrettanto drammatica: «Il silenzio sarebbe preferibile all’ostentazione di sé, per il misero risultato di avere qualche applauso da una minoranza di idioti che indossano la sciarpetta rossa o la kefiah. Ci rivedremo all’Inferno» (Corsera, 18 gennaio)

Una lettura da fare

In questo panorama desolante dell’informazione italiana una scintilla, quella dell’ultimo libro di Marco Damilano Un atomo di verità“, edito da Feltrinelli. In questo libro, il direttore dell’Espresso (giornalista politico di lungo corso, noto per i suoi quaderni fitti di dichiarazioni e aneddoti parlamentari, memoria ambulante della politica italiana) con il suo stile lieve e mai banale racconta e svela al lettore a cosa stesse lavorando Aldo Moro, la posta in gioco, la dimensione umana e politica dello statista pugliese, intrecciando la narrazione coi ricordi di bambino di quel periodo.

In direzione simile si volge anche il nipote dell’ex Presidente DC, il professore di storia contemporanea presso l’Università Roma Tre, Renato Moro che ad Avvenire dice:

Ma oggi, a 40 dalla sua tragica fine, con tutta la necessità che ancora c’è di conoscere quel che sia davvero accaduto in quei 55 giorni, è inaccettabile che questi possano fagocitare quasi 62 anni di vita. È arrivato il momento di restituire a Moro la sua voce, la sua vita»

e ancora

«Non si può non ricordarlo come un costituente che ebbe un ruolo decisivo nel varo della Costituzione nei termini in cui è. La Repubblica fondata sul lavoro, ricordo i suoi contribuiti all’articolo 3 (il principio di uguaglianza), alla finalità rieducativa della pena, al ruolo della scuola paritaria senza oneri per lo Stato. Moro è stato relatore per la Dc sul progetto costituzionale. È stato uno dei riformisti della storia repubblicana che ha operato con più continuità e impulso. Questo aiuta forse a leggere meglio anche le lettere dalla prigionia: probabilmente percepiva che tutto il suo progetto riformista stava conoscendo uno smacco drammatico».

Che cosa ci suggerisce, questa Costituzione tanto simile alla figura di Moro, in questi giorni difficili?

«Abbiamo inventato la parola “inciucio” per dare del compromesso un’immagine deteriore. E invece questa Repubblica, questa democrazia, sono figlie di un compromesso. Per fortuna, aggiungo. L’etimologia della parola vuol dire cum promittere, promettere insieme. Che cosa c’è in politica di più alto? Ed è l’operazione che Moro realizzò nella Costituente».

 

 

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni