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Jennifer Lawrence non fa sesso per paura delle malattie. Ma preservarsi dall’altro non dà gioia quanto il donarsi

JENNIFER LAWRENCE
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La verginità presuppone il desiderio di un rapporto totale, la cultura dei preservativi s'inchina alla solitudine sterile

Lo ha detto velocemente durante un’intervista radiofonica al Howard Stern Show, eppure la notizia ha fatto subito il giro del mondo. Perché lei è la star di Hunger Games; perché lei è un’icona. Che strano viaggio ha fatto questa parola nel corso dei secoli: icona. Un tempo era indiscutibilmente un’immagine sacra; oggi clicchiamo sulle icone del desktop, oggi le celebrità sono icone.

La stessa aura di sacralità che un secolo fa spettava al ritratto della Vergine, attualmente si riversa su Lady Gaga & Co. Diventano sacri e venerabili il comportamento, le scelte, i look e perfino gli errori di gente come tutti, ma con il bollino della celebrità in più. E così se, magari di passaggio e magari senza presumere di voler raccontare chissà quale dogma umano, Jennifer Lawrence dichiara di essere restia ai rapporti sessuali occasionali per timore delle malattie veneree, ecco che il messaggio planetario si diffonde alla velocità della luce e a caratteri cubitali.

Titoli diretti, eclatanti in cui passa il messaggio: no sesso, paura, malattie. Firmato, star di Hollywood. E insomma, il guaio è fatto. Jennifer Lawrence non c’entra nulla, peraltro; è la dinamica dell’icona che altera tutto. È il fatto che oltre al titolo c’è sempre una foto di lei così bella, così ben vestita, così truccata perfetta e allora la ricetta sembra a portata di mano: «se lo fa lei che è così bella, che è famosa e sorride in tutte le immagini, allora renderà felice anche me copiarla». Il vangelo mediatico funziona così, amen.

Sfruttiamo la stessa notizia per fare una capriola, osserviamo con una prospettiva capovolta questo messaggio. A me, ad esempio, è venuto spontaneo riflettere sul verbo preservare. Bello, anch’esso. Riguarda il custodire, anzi il custodire intatto qualcosa. Quando vado al supermercato e porto a casa un dolce da condividere a cena, lo devo sempre nascondere, perché ho tre figli e un gatto che hanno il radar per lo zucchero e mi gironzolano intorno famelici, con gli occhioni imploranti, appena sentono un certo odorino.

Nascondo il dolce per servirlo a cena, e non per farlo andare a male nel frigo. Nel primo caso la premessa è la condivisione, nel secondo l’esito è lo spreco. Un abisso separa le due cose ed è lo stesso iato cosmico tra la proposta della verginità, cristianamente intesa, e la  cultura dominante del preservativo. Si potrebbe proprio, amaramente, sintetizzare: dal preservare al preservativo, ovvero dal dono allo spreco.

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