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La lotta contro la schiavitù dei braccianti di don Beniamino

WORK FARM
Ludovic MARIN I AFP
Farm labourers work in a vineyards on August 16, 2017 in Marsala, on the Italian island of Sicily. / AFP PHOTO / ludovic MARIN
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Una storia che è uguale a tante altre in Italia e che riguarda tanto i migranti quanto gli italiani

E’ una lotta per l’anima di un paese quella che don Beniamino Sacco fa per le strade e le campagne di Vittoria, nella provincia di Ragusa, segnalando, denunciando, mettendoci la faccia e dunque testimoniando la situazione di grave sfruttamento che accade sotto gli occhi di tutti e – come spesso accade – con gli occhi di tutti che guardano altrove. Parliamo delle nuove schiavitù che si praticano con particolare drammaticità nelle campagne italiane, di tutta Italia, ma con particolare ferocia nel Mezzogiorno, in Puglia, in Sicilia, in Campania. Le vittime sono di tutte le nazioni, la vicenda di don Beniamino riguarda in particolare i rumeni, e le donne dell’est che vengono segregate, spesso abusate e pagate appena 3 euro l’ora per lavorare nei campi. Ne parla La Stampa che ha raccolto la testimonianza dell’anziano sacerdote ormai 74enne che dice:

«So bene quello che raccontano di me», dice affacciandosi dalla piccola chiesa del Santo Spirito. Due palme. Un cubo di cemento. «Dicono che esagero. Che infango il buon nome del paese. Dicono che devo smetterla, soprattutto. Sono venuti a dirmelo anche di persona: “Lascia perdere, don Sacco. Lascia perdere…”». Don Beniamino Sacco è stato il primo a dire che nelle serre della provincia di Ragusa ci sono degli schiavi e delle schiave. Lavoratori sfruttati e sequestrati. Tenuti fuori dal mondo. A disposizione di certi padroni per meno di 3 euro all’ora. «Sette donne romene erano venute a chiedermi aiuto. Cinque di loro avevano dovuto abortire dopo le violenze. E io cosa avrei dovuto fare?».

Il racconto di don Beniamino non è diverso da quello raccolto altrove da giornalisti, sindacalisti o altri sacerdoti che stanno tentando di far emergere un mondo crudele fatto di abusi e di sfruttamento, dove il lavoro non ha la dignità invocata né dalla Costituzione né tanto meno dal Vangelo. Il lavoro, quell’equo scambio tra una prestazione e un salario, qui non è di casa, il nome giusto è schiavitù. A Vittoria sono straniere le vittime, altrove invece sono italiani, ma italiani sono sempre i padroni dei campi che si affidano ai caporali per restare competitivi. A qualunque costo. A qualunque prezzo.

Qualcuno denuncia, ma poi lo Stato spesso non fa nulla per aiutare, per proteggere e soprattutto per dare un futuro alternativo.

Ancora vivo nella memoria il caso di Paola Clemente, 49 anni, che nel 2015 morì in Puglia mentre lavorava nei campi e così venne alla luce quella realtà che non si voleva vedere, che non riguardava solo i migranti, solo africani o rumeni o “bangladini”.  Riguardava e riguarda gli italiani e una filiera che non fa sconti a nessuno. La notizia finì addirittura sul New York Times: «La morte della donna avvenuta nelle campagne di Andria mentre era impegnata nell’acinellatura dell’uva ha portato alla luce un sistema dove spesso le donne sono sfruttate».

I lavoratori stagionali iscritti negli elenchi dell’Inps sono 28 mila nella provincia di Ragusa, 10 mila solo a Vittoria. Raccolgono il pomodoro a grappolo, i peperoni, i cetrioli. Gli stranieri sono quasi la metà, per lo più romeni e tunisini. Solo il 15 per cento dei braccianti è sindacalizzato, troppo poco per proteggere il lavoro.

Giuseppe Scifo, segretario provinciale della Cgil, conosce queste storie a memoria. Anche lui va nelle campagne ogni settimana per cercare di aiutare i braccianti. «Troviamo bambini che non vanno a scuola, condizioni igieniche terribili, umanità isolata e all’oscuro di tutto. Il fatto più sconvolgente è che la condizione di miseria si verifica in un contesto lavorativo. Sono grandi aziende agricole. Ma è un lavoro che non ti emancipa, ti rende schiavo».

Ancora La Stampa:

L’ultima notizia è che due operai dei campi sono andati a chiedere aiuto al capo della squadra mobile di Ragusa Antonino Ciavola. Un loro amico era stato sequestrato in una serra vicino a Scoglitti, verso il mare. Gli agenti lo hanno trovato dentro un tugurio, nascosto sotto delle coperte, agonizzante. La notte prima era stata particolarmente fredda. Insieme ad altri due lavoratori era andato a rubare una bombola del gas nella capanna degli attrezzi. I braccianti volevano riscaldarsi. Il padrone li ha sorpresi e inseguiti con il fucile. Ha sparato. Li ha fermati e presi a bastonate. E lui, quello che aveva la bombola, è stato legato mani e piedi e appeso a un palo, colpito ancora con il manico di una vanga. Doveva essere una punizione esemplare.

La polizia ha chiesto il fermo per Rosario Dezio, 41 anni, il proprietario dell’azienda agricola. E qui sono iniziate le sorprese, perché Rosario Dezio è un consigliere comunale eletto in una lista collegata al Pd, membro della segreteria cittadina dello stesso partito e figlio dell’assessore Angelo Dezio. Adesso è agli arresti domiciliari, accusato anche di sequestro di persona.

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