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Non abbiamo altra scelta che soffrire… ecco come essere sicuri che questo non ci definisca

WEB3 PIETA ALASKA

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 12/03/18

La lezione imparata da una nuova interpretazione della Pietà nascosta in Alaska

Ho pregato davanti alla Pietà di Michelangelo. Ho sussultato di fronte alla maestà del David. Ho
guardato piena di ammirazione Dafne e Apollo di Bernini. Sono stata al Louvre e alla National Gallery, al Met e ai Musei Vaticani.

Penso però che la statua più bella del mondo si trovi in una parrocchia di Anchorage, in Alaska.

Nei quattro anni della mia avventura missionaria ho visitato 49 Stati e 20 Paesi. Ho visto alcune delle chiese più belle del mondo e ho ammirato le opere d’arte di tutti i grandi maestri.

E poi ho visitato la chiesa cattolica di St. Patrick ad Anchorage.

Mi aspettavo di rimanere colpita dalla bellezza naturale della Terra del Sole di Mezzanotte, e non sono rimasta delusa. Ho volato sul Monte Denali, ho scalato un ghiacciaio, ho pescato in alto mare e ho visto passeggiare una mamma alce con il suo piccolo.

E poi mi sono fermata vicino a una parrocchia dei sobborghi. Un uomo che lavorava per la chiesa mi ha guidato in un santuario piuttosto anonimo e poi attraverso un cortile, dove siamo passati vicino a una statua della Pietà.

Mi sono fermata, ho teso la mano verso quell’uomo che avevo appena conosciuto e ho detto: “Scusi. Un attimo, per favore”. Avevo bisogno di silenzio.

Pieta 3 (1)

Davanti a me c’era l’immagine tradizionale della Vergine Maria che stringe il cadavere del Figlio. L’avevo vista mille volte, nelle chiese e sui calendari. Quando insegnavo ne avevo perfino una piccola copia in plastica sulla scrivania. Anche questa statua rappresentava una giovane donna che stringe il corpo seminudo di un uomo crocifisso. Era l’immagine di Michelangelo, fino alle abbondanti pieghe del tessuto.

E tuttavia era completamente diversa.

Il sentimento generale che ispira il capolavoro michelangiolesco è il dolore. Maria stringe il Figlio e piange, con il volto chinato e velato dalle ombre gettate dalla luce naturale che illuminava originariamente l’opera. Anche se ha la mano aperta, a indicare l’accettazione della spada che le ha trafitto il cuore, questa si regge debolmente.

È un vero ritratto, una splendida immagine del dolore di Maria.

La statua bronzea dell’Alaska, scolpita dall’americano Roberto Santo, non è però l’immagine del dolore di una madre, o almeno non del tutto.

In quest’opera, Nostra Signora dei Dolori adora.

PIETA

Il capo di Maria è rivolto verso il cielo, le labbra leggermente aperte come se stesse respirando nello Spirito Santo. La mano destra stringe il figlio, mentre quella sinistra è elevata nella lode del Padre. Nel suo dolore lancinante sta lodando Dio.

Se la Pietà di Michelangelo è un’immagine del dolore, quella di Santo è un’immagine di resa. La Vergine Maria, che ha detto “Sì” alla volontà del Padre al momento dell’Annunciazione, “Sì” a Betlemme, “Sì” mentre fuggiva in Egitto, “Sì” ogni giorno della sua vita con Cristo, sta ancora dicendo “Sì”. Mentre guardava il Figlio soffocare sotto il peso del peccato del mondo, Maria ha detto “Sì”. Ha abbracciato la volontà del Padre per il suo unico Figlio, come aveva fatto ogni giorno fin dal suo concepimento. E quando Gesù è stato tirato giù dalla Croce e consegnato a Lei, gli si è aggrappata come avrebbe fatto qualsiasi altra madre e lo ha offerto al Padre come solo una donna piena di grazia avrebbe potuto fare.

Con il volto rivolto al cielo e la mano tesa, Maria sembra avvolta dall’amore raggiante del Padre, anche se questo non può trasformare la sua agonia in gioia. E tuttavia, mentre la sua vita sembra ormai svuotata di significato, è piena. Mentre sostiene suo Figlio morto è a sua volta sostenuta.

Mentre stavo lì in silenzio ho visto questo: nel momento della sua massima sofferenza, la Beata Madre ha detto “Sì” al Padre e ha scoperto di poterlo ancora lodare.

Continuo a tornare a guardare quella statua – quando vado in Alaska e quando riguardo le foto che ho scattato. Continuo a condividere l’immagine su Instagram. Continuo a tirarla fuori per meditare o stare in adorazione. Tutti noi, in un momento o nell’altro, siamo solidali con Nostra Signora dei Dolori. Vediamo i nostri figli morire, subiamo dei tradimenti, agonizziamo dopo una diagnosi infausta. Essere umani significa soffrire.

Quando guardiamo nostra Madre, però, vediamo che quella sofferenza non deve distruggerci. Non deve definirci. Quando viviamo per il Signore, la sofferenza è brutta e fa male comunque, ma anche in quel momento di angoscia il dolore può essere trasformato nella gioia, nella pace e nella resa della Pietà dell’Alaska. Con Maria possiamo dire “Sì, Padre”, possiamo scegliere di lodarlo e di trovare un senso alla pace che deriva dal fatto di sapere quanto ci ami alla follia.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
doloregesù cristomariamichelangelosofferenza
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