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Avete anche voi una “spina nel fianco”? E qual era quella di san Paolo?

SAINT PAUL

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 10/03/18

Dunque che cos’è la “spina nella carne”? Nessuno è mai riuscito a definirlo in modo univoco, ma se si osserva il complesso delle Lettere insieme con il riscontro esterno degli Atti qualcosa si può dire. Anzitutto che era omogenea alle sofferenze e alla debolezza, quanto al fine prodotto, che era quello di trattenere l’Apostolo dal «montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni».

Paolo riteneva – spiega Scott Jack Hafemann – che la sofferenza fosse il segno più tipico del suo ministero apostolico (Gal 6, 17; 1Cor 2,1-5; 2Cor 11,23-29; Fil 1,30; 2Tm 1,11-12;2,9 ecc.) e che fosse un aspetto della sua vita mortale del quale egli era soddisfatto, di cui gioiva e del quale poteva “vantarsi” a buon diritto (2Cor 11,30; 12,10; Fil 1,19-26). In effetti, Paolo si era posto volontariamente in uno stato di sofferenza quando aveva deciso di sostenersi finanziariamente da solo, se fosse stato necessario […].

G.F. Hawathorne – R.P. Martin – D.G. Reid, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 1482

Questo è un elemento certamente decisivo, ma non giunge ancora a illuminarci il particolare tipo di sofferenza da cui l’Apostolo era piagato. Molto rilevante invece è la cornice di ricapitolazione scritta da Joachim Gnilka nel terzultimo capitolo del suo Paolo di Tarso, ove si richiama la descrizione dell’Apostolo “fatta da Tito” riportata negli Atti di Paolo e Tecla:

Gli aspetti che saremmo disposti ad accettare sono la corporatura minuta e il garbo che l’apostolo doveva essere in grado di mostrare, anche se non era questo il suo atteggiamento abituale.

Ad aggravare la condizione del suo fisico doveva essere la predisposizione alle malattie. Paolo non era certo un colosso. È da osservare che nelle lettere, dove parla relativamente poco di cose personali, menziona più volte la sua malattia, la quale deve averlo ostacolato nel suo lavoro, talvolta anche in grande misura. La malattia non poteva essere tenuta nascosta alle comunità. Anche per questo ne parla. Che la viva come un «pungolo nella carne» e come pugni che l’angelo di Satana gli assesta, significa che questa malattia doveva procurargli dolori fisici (2 Cor 12, 7). C’imbattiamo qui in una delle prime incomprensibili contraddizioni che caratterizzano la sua personalità. Poiché, nonostante il peso di queste sofferenze fisiche, egli si impegna con successo in imprese incredibili. Si pensi anche solo alle strade da lui percorse in gran parte a piedi, lungo itinerari che secondo il nostro modo di vedere dovevano essere molto faticosi, attraverso montagne inospitali e ripide, come itinerario che percorreva l’altipiano della Licaonia, della Cappadocia e della Galazia, o attraverso terre disabitate e desolate, dove il pericolo d’imbattersi in predoni era costante (11,26). Proviamo a immaginare i miserandi ostelli e caravanserragli dove poteva concedere qualche riposo al suo corpo distrutto dalla fatica. Se si assommano i percorsi da lui compiuti a piedi ne risultano distanze di centinaia di chilometri. Nei viaggi in nave tra Grecia, Asia e Siria Paolo ha conosciuto anche i pericoli del mare. Una volta ha fatto naufragio, trascorrendo un giorno e una notte in balia del mare profondo, forse aggrappato a un legno dell’imbarcazione (11,25).

J. Gnilka, Paolo di Tarso, 377

Dunque è importante il fatto che la misteriosa “spina nella carne” compaia nella specie di una “malattia” e nel genere delle “debolezze” di Paolo. Difficile parlarne senza ricordare Gal 4, 12-14, ove l’Apostolo richiama gli eventi occorsi durante la prima visita apostolica in Galazia, quando Paolo aveva fretta di raggiungere la Macedonia e s’è invece trattenuto, suo malgrado (sic!), tra i Galati – questo dicono i testi! – che invece lo hanno trattato con ogni riguardo. «Anzi – spiega Paolo in persona –, mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù».

Queste esorbitanti espressioni mitologiche – commenta esaustivamente Gnilka – hanno ripetutamente indotto a interrogarsi sul genere di malattia che colpì l’apostolo. Le conclusioni raggiunte sono incerte e molteplici. Si è parlato di epilessia, ricordando epilettici geniali come Giulio Cesare, Napoleone, Pietro il Grande, Dostoevskij; si è parlato anche di malaria e di male agli occhi. Poiché i Galati sarebbero stati disposti a cavarsi gli occhi per darli a Paolo (Gal. 4,15), la cosa più ovvia potrebbe essere proprio di pensare a una malattia degli occhi. Le malattie degli occhi erano diffuse nell’area mediterranea. Oppure in Gal. 4,15 ci troviamo di fronte a una metafora? L’epilessia è quanto mai improbabile. Paolo infatti, come mostrano le lettere, non ha mai perso la propria lucidità, fino a età avanzata. Oppure si trattò semplicemente di un complesso di sintomi, dovuti alla debolezza della sua natura sensibile, tale da non poter consentire il nome di una malattia precisa? Di recente è stata proposta di nuovo l’ipotesi che Paolo soffrisse non per una vera e propria malattia, ma per le conseguenze dei numerosi maltrattamenti subiti, come la lapidazione. In ogni caso questi maltrattamenti ne hanno messo a dura prova il fisico. Forse i Galati hanno visto le cicatrici e i segni delle battiture lasciati sul suo corpo, di cui fa menzione Paolo stesso in Gal. 6,17 chiamandoli stigmate di Gesù.

J. Gnilka, Paolo di Tarso, 96

Devo dire che questa lettura mi convince molto, e anzi – strano che non lo abbia scritto lo stesso Gnilka – una simile lettura renderebbe ragione anche del difficile passaggio con cui si apre Gal 3:

O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?

Che voleva dire questa “rappresentazione al vivo”? Forse un’apparizione di Cristo alla presenza dell’intera comunità? Potrebbe darsi, in teoria, eppure Paolo afferma altrove che «se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5, 16). Se Paolo ha dato simili insegnamenti, è da ritenersi improbabile che abbia assistito a fenomeni mistici facenti riferimento al Christus patiens. Molto più semplicemente (e misticamente!) il Christus patiens era Paolo stesso, che «completa nel suo corpo a vantaggio della Chiesa quanto manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24). Sono state date letture fuorvianti anche di questo passo, come se per Paolo si dovesse attendere un certo quorum di sofferenza globale prima della fine del mondo:

Per Paolo – spiega invece l’ottimo Hafemann – la sofferenza di Cristo è già in se stessa unica e sufficiente (cfr. Col 2,13-14; Gal 1,4; 1Cor 1,18-31; 2Cor 5,16-21; Rm 3,21-26 ecc.). Piuttosto, Paolo completa quello che “manca” alle sofferenze di Cristo a favore della sua Chiesa, nel senso che il suo ministero estende la conoscenza e la realtà della croce di Cristo e della forza dello Spirito al mondo dei Gentili (Col 1,23; cfr. Ef 3,13). La sofferenza di Paolo aveva perciò la funzione di mostrare che la forza e la conoscenza del vangelo provenivano da Dio e non da lui, per cui tutti quelli che incontravano Paolo dovevano aver fede nella potenza di Dio e non nella persona dell’apostolo (1Cor 2,1-5; 2Cor 4,7; 12,9-10).

G.F. Hawathorne – R.P. Martin – D.G. Reid, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 1483

Forse a qualcuno potrà sembrare che non si sia risposto alla domanda. In effetti sul piano della cronaca pare che il mistero della “spina nella carne” sia destinato a restare “un segreto di Paolo”, noto a Dio e a lui soli. D’altro canto, mi pare che questa spiegazione risulti complessivamente più efficace e soddisfacente delle altre finora propostene, riuscendo a rendere ragione delle antinomie dell’espressione stilata in 2Cor: la “spina” viene dal demonio ma risulta finalizzata al bene, è facile vergognarsene ma Paolo se ne vanta, riduce l’Apostolo a non muoversi da un posto ma lo porta a definirsi “onnipotente in Dio” (cf. Fil 4, 13). Questo può dirsi ragionevolmente dei segni delle lapidazioni e dei 39 colpi (il massimo dell’infamia, per un giudeo, sotto alla lapidazione)… ma anche delle nostre debolezze, dei segni della nostra bruttezza, delle deformità, degli inestetismi interiori ed esteriori che l’Uomo dei dolori ha raccolto per sempre sulle sue spalle «inchiodandole al legno della croce» (cf. 1Pt 2, 24).




Leggi anche:
La “mappa metropolitana” dei viaggi di San Paolo

A queste condizioni e con tali precisi limiti, perfino le bizzarre ideologie di Spong potrebbero recuperare un legittimo spazio, in una teologia e in una spiritualità (finalmente) cristiane: tutto quanto ci ferisce e ci fa soffrire, a torto o a ragione, può può essere vissuto in comunione con «Cristo crocifisso, sapienza di Dio e potenza di Dio» (cf. 1Cor 1, 24).

E in tal senso si capisce che “spina nella carne” sia diventato un fortunatissimo modo di dire.

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