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Se non mi piace la croce posso essere cristiano?

© Photosebia / Shutterstock
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Mi rifiuto di amare un Dio che tollera impavido l'ingiustizia, la disuguaglianza, la morte, la malattia

Mi costa accettare il male. Non comprendo la malvagità che vedo e tocco. Non comprendo le ingiustizie che mi feriscono. Mi ribello di fronte alla morte di un bambino innocente. Di fronte alle calamità provocate dalla natura indomita.

Cerco Dio come giudice colpevole di tutto ciò che accade. Perché Egli ha creato tutto. Incolpo il suo potere, la sua onnipotenza.

Mi dicono per calmarmi: “È nei suoi progetti”, “Dio ha voluto così”, “Avrà qualche senso nel suo cuore”.

Ma io continuo a non capire. E di fronte a queste spiegazioni mi ribello ancor di più.

Non riescono a consolarmi neanche quelli che non hanno sofferto i miei stessi mali. Io solo conosco il mio dolore: “Perché a colui che soffre le consolazioni di un consolatore felice non risultano di grande aiuto, e il suo male non è per noi quello che è per lui” [1].

Non sanno cosa soffro. E non accetto una consolazione da chi non soffre il mio male.

Mi dicono anche che Dio me lo ha mandato e che ci sarà qualche senso nascosto dietro il nonsenso. Che viene dalla sua mano ed è buono. E mi ama alla follia anche se in questa situazione non lo noto.

So che il bene è unito al suo amore. Quante volte lo ringrazio per tutte le cose buone che mi succedono! Ma il male? Non lo capisco.

Mi rifiuto di amare un Dio che tollera impavido l’ingiustizia, la disuguaglianza, la morte, la malattia. Un Dio che tollera tutto senza far nulla per risolverlo.

Questa si chiama omissione.

È come un padre che abbandona suo figlio in mezzo a un’ingiustizia permettendo il suo dolore. O lo lascia affogare senza tendergli una mano che salva. Come non condannare quel padre ingiusto, complice del male? Lo condanno.

Condanno Dio per la sua passività. Non posso amarlo. Mi sembra un Dio debole, pusillanime. Non so bene come spiegare il senso del male a chi me lo chiede. Io stesso resto turbato, e mi fa male dentro.

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