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Se non mi piace la croce posso essere cristiano?

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© Photosebia / Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 09/03/18

Mi rifiuto di amare un Dio che tollera impavido l'ingiustizia, la disuguaglianza, la morte, la malattia

Mi costa accettare il male. Non comprendo la malvagità che vedo e tocco. Non comprendo le ingiustizie che mi feriscono. Mi ribello di fronte alla morte di un bambino innocente. Di fronte alle calamità provocate dalla natura indomita.

Cerco Dio come giudice colpevole di tutto ciò che accade. Perché Egli ha creato tutto. Incolpo il suo potere, la sua onnipotenza.

Mi dicono per calmarmi: “È nei suoi progetti”, “Dio ha voluto così”, “Avrà qualche senso nel suo cuore”.

Ma io continuo a non capire. E di fronte a queste spiegazioni mi ribello ancor di più.

Non riescono a consolarmi neanche quelli che non hanno sofferto i miei stessi mali. Io solo conosco il mio dolore: “Perché a colui che soffre le consolazioni di un consolatore felice non risultano di grande aiuto, e il suo male non è per noi quello che è per lui” [1].

Non sanno cosa soffro. E non accetto una consolazione da chi non soffre il mio male.

Mi dicono anche che Dio me lo ha mandato e che ci sarà qualche senso nascosto dietro il nonsenso. Che viene dalla sua mano ed è buono. E mi ama alla follia anche se in questa situazione non lo noto.

So che il bene è unito al suo amore. Quante volte lo ringrazio per tutte le cose buone che mi succedono! Ma il male? Non lo capisco.

Mi rifiuto di amare un Dio che tollera impavido l’ingiustizia, la disuguaglianza, la morte, la malattia. Un Dio che tollera tutto senza far nulla per risolverlo.

Questa si chiama omissione.

È come un padre che abbandona suo figlio in mezzo a un’ingiustizia permettendo il suo dolore. O lo lascia affogare senza tendergli una mano che salva. Come non condannare quel padre ingiusto, complice del male? Lo condanno.

Condanno Dio per la sua passività. Non posso amarlo. Mi sembra un Dio debole, pusillanime. Non so bene come spiegare il senso del male a chi me lo chiede. Io stesso resto turbato, e mi fa male dentro.

Nel film The Shack ascolto un’affermazione su Dio che mi offre un po’ di luce: “Può trarre un bene enorme a partire da tragedie, ma questo non significa che sia Lui a orchestrarle”.

Sì, Dio può trarre un bene immenso da un male che non ha voluto. Non lo ha orchestrato. Non vuole che io soffra. E questo mi dà pace.

Leggevo giorni fa: “I cristiani sanno che Dio non desidera il male. E se questo male esiste, Dio è la sua prima vittima. Il male esiste perché non si accoglie il suo amore. Un amore ignorato, respinto e combattuto. Più mostruoso è il male, più diventa evidente che Dio è in noi la prima vittima”[2].

Dio stesso è vittima del male. Dio partecipa al mio male. Ferito dal mio male. Non lo capisco, ma so che Dio è lì, in mezzo alla mia croce. Il suo amore si rende presente nel mio dolore.

Non mi piace il sacrificio, né rinunciare, né soffrire. Mi dicono che nel male Dio mi educa per rendermi forte.

Ma mi fa male questo modo di educare. Io non educo così. Non mi piace punire con durezza perché gli altri imparino. Non provoco un danno perché mio figlio capisca quando lo amo. Non lo lascio solo nella sua disgrazia perché diventi forte senza il mio aiuto.

Dio non è così. Egli mi sostiene nel mio dolore, solo questo. Vuole solo che io sia felice.

Ma so anche che quella sofferenza dalla quale fuggo è il luogo in cui imparo a vivere. Perché quando soffro divento più forte. Nelle dure battaglie divento resistente allo scoraggiamento. Più resiliente per non cadere nella depressione.

Quando la mia vita non è facile mi sforzo e cresco e divento più uomo. Smetto di essere un bambino dipendente e fragile.

Mi ricorda quel baco che lotta per uscire dal bozzolo e alla fine ci riesce. Quello sforzo impossibile rafforza le sue ali e così la farfalla in cui si è trasformato riesce a volare.

Se lo aiutassi a uscire evitando i suoi sforzi, le sue ali non gli permetterebbero di volare. Lo capisco.

Lottando per vincere nella tormenta, per uscire dalle disgrazie, per vincere nell’abbandono e nell’insuccesso, vedo come le mie ali si rafforzano.

I miei muscoli, la mia anima. E posso volare più in alto, arrivare più lontano. Divento forte, con più reisstenza allo scoraggiamento.

Andare avanti in mezzo alla tempesta mi dà più capacità di tollerare la frustrazione. Può farlo il dolore, la sofferenza.

Le difficoltà che mi angosciano finiscono per rendermi più forte. La comodità e la vita facile mi indeboliscono. L’ho constatato tante volte. So che la croce mi costa.

[1] Paul Claudel, L’annuncio a Maria, 34
[2] Cardinale Robert Sarah, La forza del silenzio, 66

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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